A un passo dal confine: i miei giorni tailandesi

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Lungo la strada dove mi sono fermata per dormire a Sukhouthai, i ristoranti sono sorti come funghi per accontentare i turisti accalorati dalla lunga passeggiata nel parco. Sembrano riprodursi come copie identiche dello stesso servizio: foto con caffè dall’aspetto invitante che si riducono nella realtà a una brodaglia marrone mischiata a dosi abbondanti di ghiaccio, pancake, waffle, banana split. Le prime pagine sono dedicate al cibo tailandese, con numerose varianti di pad thai, carne di pollo o maiale, generalmente accompagnate da papaya verde, curry e altre spezie tipiche della cucina del luogo. I prezzi sono tutti al di sopra della media. Le cameriere ti chiamano dalla strada, quasi a recitare una preghiera, ripetendo come una litania sempre le stesse parole. La sosta, inevitabile, serve a superare le ore morte del primo pomeriggio, soffocanti, per la calura del sole intenso e la quasi assoluta mancanza dell’ombra. Sono rimasta a rimuginare sul da farsi e alla fine mi sono seduta a un angolo, per ricevere la benedizione di un effimero getto d’aria. Il ventilatore si muoveva stanco da un lato all’altro e ho cominciato a mandar giù a piccoli sorsi qualcosa che assomigliava a un cappuccino congelato. Ho rovistato tra la borsa per controllare che avessi tutto con me: il portafogli, le chiavi, il passaporto con un nuovo visto.

Dopo quasi due settimane passate in Tailandia, mi porto addosso una confusione simile al campo di battaglia che regna sul mio letto. I giorni si sono accumulati freneticamente nonostante il mio andare lento e perplesso. Della calma giapponese sono rimasti pochi strascichi che faccio fatica a conservare, del caos tailandese riesco a racimolare qualche briciola. Ho questo ricordo del mio primo giorno a Chiang Mai, quando sono rimasta per qualche minuto ferma sulla strada principale, osservando le macchine e i motorini che sfrecciavano all’impazzata. Mi sono sorpresa del mio modo impacciato di affrontare la situazione, non sapevo come fare per attraversare. Mentre aspettavo, mi è caduto l’occhio su una pagoda che brillava alla luce del sole come una pietra raffinata. Così ho cambiato direzione e ho deciso di prendere del tempo, sono entrata all’interno e ho approfittato della meraviglia dei primi momenti, prima che tutto si trasformasse in un’immagine ripetitiva nella testa. C’era un forte odore all’interno ma non ne ho saputo riconoscere bene la provenienza. Sul fondo, diversi Buddha impilati uno dietro l’altro mi osservavano impassibili dal lato dell’altare. Mi sono seduta per un momento e non ho provato niente. Mi è servito il silenzio per accogliere quel cambio violento che si sarebbe diluito nel corso dei giorni successivi, in svolte verso diversi angoli e incontri imprevedibili. La stessa notte ho visitato un bazar e mi sono persa dentro un tempio. Illuminato com’era dalle luci artificiali, mi era sembrato diverso da tutti gli altri che avevo visitato. Un gruppo di monaci adolescenti si adoperava in piccoli lavori di manutenzione, altri bevevano succhi di frutta per ristorarsi dalla fatica. C’era un’aria di letizia che isolava il caos e il divertimento confezionato per il turista, percepibili a soli pochi passi dal muro di cinta. Sono rimasta ad osservarli per un po’ e mi sono sentita sollevata. Sulla strada del ritorno, la via offriva ogni sorta di distrazione: bar dalle luci soffuse e cocktail invitanti, baracchini stracolmi di cibo fumante, massaggiatrici appollaiate su sdraio di plastica in attesa del prossimo turno e ragazze piacenti che muovevano la testa al ritmo dell’ultima hit. Dal mirino della mia macchina ho fermato un istante: una ragazzina sdraiata su un tavolo da biliardo mi dava le spalle, stretta in un top attillato e dei jeans provocanti. Ho provato a capire quanti anni avesse ma ho pensato che mi bastasse assistere a quella scena per trarre le mie conclusioni da sola. Mi sono avvicinata di più per mettere meglio a fuoco, l’immagine restava fluida sotto il riflesso del neon. Intorno, tutti sembravano divertirsi e approfittare di quell’aria leggera dei giorni di vacanza.

Sono passati ormai tredici giorni e quel momento ogni tanto mi torna ancora alla memoria, ha molto a che vedere con quel misto di sacro e profano che mi sono messo dentro la valigia, ora che sto per partire verso un nuovo Paese.

Saluti dal Giappone

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Tokyo appare e scompare, come una serie di diapositive che si muovono davanti agli occhi allo scatto di un pulsante. Hai presente quella vecchia macchina che avevamo quando eravamo piccole? Ci sedevamo, dopo aver chiuso accuratamente le tende, e nella stanza c’era un silenzio surreale. La polvere cadeva sottile davanti all’occhio illuminato del proiettore, ci passavamo le mani, piegando le dita in modo buffo per improvvisare ombre cinesi che si trasformavano in grandi maschere sul muro. Era un gioco che si consumava in pochi minuti, prima che la carrellata di immagini dell’ultima vacanza in montagna cominciasse a sfilare davanti ai nostri occhi. Sono seduta sul treno che mi porta all’aeroporto, ancora accaldata dalla corsa alla ricerca della stazione giusta. Ho posato il grande zaino accanto a me e ci ho messo il braccio sopra, come se potessi trovare conforto in questo pezzo di antiquariato degli anni Ottanta, un prestito inaspettato dell’ultima ora che tutti guardano con aria sospetta. Io invece penso di essermici già affezionata e un po’ mi rattrista l’idea di dovermene separare, una volta che sarò tornata a casa. Dopo qualche fermata sotterranea, la città riaffiora dai finestrini, una visione residua dei palazzi illuminati che mi apre un sorriso malinconico sulla bocca. Vedo facce stanche e visi concentrati su libri e cellulari, qualche viaggiatore che sfida la forza di gravità cercando di tenere a bada la valigia. C’è un via vai armonioso di gente che aspetta la sua fermata, recitando a memoria una preghiera quotidiana. Io stringo a me lo zaino che ha preso le sembianze umane di un compagno di viaggio e penso ai giorni giapponesi che mi stanno scivolando dalle mani troppo in fretta. È una sensazione difficile da spiegare, ma vorrei che provassi solo per una volta questo struggimento, di certo capiresti molte più cose di me. Da quando sono arrivata qui, il tempo ha cominciato a funzionare in un modo diverso. Per esempio, le ore si sono dilatate un pomeriggio allo scadere del tramonto, mentre guardavo i flutti d’acqua lambire leggeri il grande torii di Myajima, porta sul mare che si apre al tempio – sono rimasta lì seduta senza riuscire a capire cosa farmene di tutta quella bellezza che mi si parava davanti: ce lo hai avuto mai tu questo problema? Restare ferma in un posto e non riuscire a sopportare la responsabilità di una visione? – , oppure quando passeggiavo per il cammino sacro del Koyasan o tra i piccoli templi di Nara, e poi si sono contratte nell’emozionante corsa dei primi giorni, persa in mezzo agli eleganti sentieri in salita di Kyoto, nei discorsi surreali fatti con una signora seduta su una panchina mentre aspettavo il treno a Okayama o nelle corse in bicicletta, per arrivare fino alla vetta più alta a Naoshima, nel labirinto intricato dei colori di Tokyo, delle sue vetrine e meravigliosi musei, città imponente e straordinaria, mai noiosa. In Giappone ho dimenticato il nome e la successione dei giorni, tenendo in mente solo qualche numero importante. E poi mi sono sentita a casa, sensazione che ricordo di aver vissuto nella vita solo un’altra volta, circa dieci anni fa. Perciò, come potrai immaginare, mi sento confusa. Sono seduta su questo treno – uno dei tanti che mi hanno fatto muovere nel magma della metropoli nell’ultima settimana – e sto preparando un addio frettoloso, passando in rassegna una lista immaginaria di volti e discorsi. Il resto cola lento in questi ultimi trenta minuti, sulla linea di un treno espresso diretto ad Haneda. Ti voglio dedicare la mia ultima cartolina prima di lasciare il Paese perché mi sembra che in fondo noi due, insieme, siamo sempre state un po’ così: due tempi che accadono, complici e diversi, nello stesso momento.

Un bacio sul pancione dal Giappone

Saluti da Nakameguro

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La strada che ho imboccato si estende lungo una vecchia galleria, costruita probabilmente negli anni Ottanta. L’architettura mi ricorda vagamente le vie eleganti di Kyoto, ma appena guardo l’orizzonte, la barriera di palazzi alti che si anneriscono in controluce mi riporta subito a Tokyo, la più incredibile scatola cinese urbanistica che abbia mai conosciuto. Con il primo pomeriggio, i colori del sole si sono fatti più intensi – la sera qui si fa largo con più arroganza e mi sembra di essere in un’eterna lotta contro il tempo – e questa parte della città conserva i toni caldi dell’autunno e delle cose poco durevoli. Sono arrivata sul ponte che l’aria tirava forte, da due giorni il vento si è sollevato facendo volare intorno foglie, gonne, insegne e i miei capelli che non riesco mai a tenere in ordine come vorrei. Mi sono spostata sul fianco di questo grande viale e ho pensato che ci sarei voluta tornare in primavera per l’hanami, ad ammirare i ciliegi in fiore che cambiano il colore del cielo e dell’acqua con il loro riflesso ipnotico. Ma poi ho capito che probabilmente avrei perso il privilegio di questa splendida solitudine e mi sono messa a passeggiare con lo sguardo rivolto al fiume. C’era una pace intorno che mi ha fatto dimenticare le corse veloci dei treni e mi ha portato in questo spazio dove qualche ciclista transita tranquillo tra una corsia e l’altra, gli anziani sonnecchiano indisturbati all’ombra e i bambini ritornano a casa con i loro squisiti cappellini calcati sulla testa, saltellando intorno con l’aria un po’ sperduta. La sponda laterale del fiume è protetta da alberi maestosi, radicati tra la terra e il cemento. Hanno le braccia penzoloni sull’acqua e le loro foglie sottili si muovono nell’aria, alterando la quiete ad ogni scatto di foto. Poco più in là c’è tutto il resto della città che scalpita, qualche macchina che sfreccia sull’altro ponte me lo ricorda all’improvviso. Ti ho immaginato in questo posto, seduta su una panchina a fumare una sigaretta di nascosto. Ti sarebbe piaciuta l’atmosfera, l’azzurro che si infiltra nell’arancione del pomeriggio, giusto poco prima del tramonto. Avresti rubato una foglia dal marciapiede e l’avresti messa tra le pagine di un libro per poi ritrovarla un giorno per caso, senza ricordarti che era un souvenir del Giappone. Avresti aggrottato le ciglia e poi saresti scoppiata in una delle tue risate nervose, maldicendo l’assoluta mancanza di memoria per le cose che ti capitano. Io ti avrei sorriso, interdetta da quella maniera così leggera che hai di mostrarti in tutta la tua complessità e probabilmente ci avremmo bevuto su, sgranando un rosario degli aneddoti più assurdi, tipici dei viaggi in solitaria. Ma oggi, te lo volevo dire, ho attraversato Tokyo in punta di piedi, con un abbozzo improvvisato sul mio quaderno di una mappa che mi portava da un punto all’altro, come una foglia lasciata in balia del vento e ho capito che questa città un poco ti somiglia. C’è una concretezza costantemente minata da percorsi cangianti, scommesse visive, provocazioni, interruzioni e armonie di forme. Gli angoli che si stagliano a molti metri d’altezza, brillano al riflesso di enormi vetrate per far poi precipitare la vista su piccoli ed inconsueti ritrovi, dove ragazzine in uniforme sorbiscono caffè, affondando felici i loro cucchiai in dolci elaboratissimi. Mi sono persa volentieri per un po’, specchiandomi nelle vetrine di Omotesando e risalendo delle strade in collina che mi portavano al Watari-um, il museo d’arte contemporanea. A un bivio mi sono fermata davanti a un santuario che riposava ai piedi di un enorme palazzo, un’idiosincrasia di forme e significati che faceva a pugni con il panorama. Di fronte tante lapidi ritte dividevano in due parti il quadro. Ho visto Fukushima, deserta e inquietante, dallo schermo di un’installazione. Le strade senza vita della città tremavano dietro il riflesso delle onde magnetiche. Tutto intorno neon, orologi con fusi orari differenti e un’atmosfera statica e tremendamente tranquilla. Nel museo ci sta questa sala piena di libri e donne con smalti dai colori improbabili che sfogliano libri e scrivono appunti in una lingua troppa lontana per noi. Mi sono seduta a bere una caffè e di nuovo ti ho pensata. C’era questa ragazza totalmente assorbita nel racconto di qualcosa, sono rimasta ad osservarla per un po’, guardando un libro che mi parlava solo attraverso le immagini. Avrei voluto bere con te un caffè in una tazza senza fondo per avere la scusa perfetta per perderci nelle nostre effimere conversazioni. Questa sera la città aveva una luce diversa, ho camminato costeggiando una serie infinita di specchi e negozi e tornando a casa mi è sembrato vederti ritornare a piedi e girarti un’ultima volta per un saluto, prima di allontanarti lungo una di quelle vie per me irraggiungibili dove si trova casa tua.

Saluti da questa parte della città.

Corri piano, Forrest

Kyoto by night

Mi sono messa in fila sulla banchina per aspettare il treno. C’è una frenesia nelle stazioni del Giappone che non ho mai visto in nessun altro posto. Si corre con garbo, senza spingere, oltrepassare il limite. Si va di fretta, ma senza disturbare. C’è questa linea dietro la quale si è creata una selezione composta di gente: uomini in cravatta, donne dai tacchi alti, turisti spaesati, ragazzi incollati ai cellulari che muovono la testa al ritmo delle cuffie piantate nelle orecchie. Aspettiamo religiosamente dietro un numero che indica il vagone che ci spetta, una volta che il treno si sarà fermato, aprendo con efficienza le sue porte. Ho stretto a me la piccola borsa dove conservo le cose essenziali, compiendo in pratica un atto meccanico privo di senso: furti silenziosi e assalti spettacolari non sono previsti nel programma. Questa sera un treno velocissimo mi riporterà da Osaka a Kyoto e per la prima volta da quando sono qui mi sembra di andare incontro a un felice ritorno. Mi domando se possa essere possibile sentirsi a casa in un posto che non ti è mai appartenuto. È una questione di tempo e pazienza, bisogna coltivare l’esperienza di strade mai battute, abituarsi ai piccoli gesti collettivi, così lontani da quelli familiari. Lungo il tragitto ho solo quindici minuti per riordinare le idee perché il treno si allontana veloce e lo scenario surreale di un incontro organizzato all’ultimo momento mi confonde e mi mette addosso una felicità puerile. È quasi passato un mese dall’inizio del viaggio e mi sembrano ormai così lontani i primi giorni di affanni, stupore, ansia, tipici del turista con la valigia in mano e le ore contate. Stasera viaggio leggera e guardo il panorama fuori dal finestrino. Non ho nessun itinerario da rispettare, le luci mi sfuggono di mano a ogni metro percorso alla velocità di trecento kilometri orari. La stazione di Kyoto mi accoglie con i suoi vuoti illuminati e vertiginosi, spettacolari strutture di metallo si ergono verso l’alto, sostenendo la grande vetrata che fa da cielo a migliaia di viaggiatori in transito come schegge impazzite. Mi sono fermata per godermi lo spettacolo, recuperando quei minuti che non ricordavo di aver vissuto il primo giorno che sono passata da qui. Allora ho pensato a tutto il tempo sprecato a non perder tempo e mi sono detta che la corsa finiva lì e che era arrivato il momento di correre piano. Mentre cercavo l’insegna del nostro punto d’incontro, ho visto G. arrivare, si guardava attorno con aria preoccupata. Ho alzato il passo, cercando di schivare i passi frettolosi dei passanti che mi tagliavano la strada e l’ho sorpreso con un abbraccio forte e improvviso. Ci siamo guardati e non abbiamo potuto fare a meno di ridere, senza remore, di quella situazione assurda che ci stava capitando. Per noi, che una casa vera la stiamo ancora cercando, quell’incontro sembrava una bellissima ricompensa da riscuotere al tavolo di qualche ristorante. Mi sono appoggiata al suo braccio, come usavo fare quando da studenti ci perdevamo per le strade di Roma, e ci siamo allontanati dalla stazione, pacificati, per cercare qualcosa da mettere sotto i denti in una sera come tante, a Kyoto.

 

Saluti da Tokyo

odaiba definitiva

Sono uscita che era già sera fatta e le luci di Asakusa si erano accese come un presepe. Credo che questo quartiere ti piacerebbe, mi ricorda tanto le nostre passeggiate notturne, di ritorno a casa, in una Barcellona ormai deserta, con il riflesso dell’ambra sul pavimento a indicarci la strada. Da queste parti Tokyo si chiude in piccoli vicoli con insegne luminose che invitano ad entrare, e poi d’improvviso si apre su viali con baracchini illuminati a festa, dove la gente che è appena uscita dal lavoro sfoggia visi rilassati e sorrisi più generosi, guance arrossate dai fumi dell’alcol. Mi sento un poco a casa in questo posto, una piccola porzione di spazio che mi ricorda l’ozio delle domeniche a bere vermut, aspettando che il sole si affacciasse sulla terrazza. Ho accelerato il passo per non perdere la coincidenza e mi sono messa a fantasticare sulle persone che erano sedute di fronte a me in metropolitana. Mi è caduta addosso una sensazione di quotidianità, come se la vita che avevo lasciato a due passi dall’aeroporto fosse ritornata per un momento al punto di partenza. Sul treno panoramico che mi portava a Odaiba ho avuto il presentimento che mi avessi cercato su una di quelle mappe che ti piace tanto esplorare: ero lì, sospesa in alto, a scivolare tra ponti e grattacieli e tutto mi sembrava più chiaro e più vicino e ho pensato che non mi era mai capitata una cosa del genere, sentirmi meno piccola in una città così grande. Mi sono raggomitolata nell’utero di una Tokyo sonnolenta ed elegante e mi sono goduta il panorama di linee ortogonali e ombre che stavo attraversando. Non ho potuto fare a meno di pensarti perché in fondo noi due insieme siamo sempre stati come questo percorso: curve esagerate, silenzi notturni, angoli che si stagliano netti in controluce, spaventosi ed estremi, come questa bellezza che mi lascia senza parole e annulla ogni singolo pensiero che possa disturbarla. Sulla baia il ponte era acceso protetto da un’aurea chiara che lo rendeva ancora più maestoso, qualche luce rossa traghettava marinai, passeggeri, viaggiatori da un punto all’altro della città. Gruppi sparuti di gente sostavano sul pontile ma c’era una calma palpabile mentre passeggiavo tra la sabbia e la passarella e coppie che si stringevano e abbracciavano per non perdere il momento esclusivo di quella visione. Mi sono seduta per un momento a fissare la scena e probabilmente, se fossi stato con me, ci saremmo messi a discutere di spazi, materiali, luce e tu mi avresti spiegato delle cose nuove che mi sarebbe piaciuto imparare. Non so se mi avresti messo il braccio intorno al collo, ma mi sarebbe piaciuto, restarcene in pace noi due per qualche minuto, scoprire che questo tipo di vita poteva essere possibile anche per noi.  Al ritorno il viale era quasi deserto. Ho preso l’ultimo treno per ritornare a casa e mentre camminavo mi sono accorta di essere incappata nel bel mezzo di una simmetria compiuta e ho deciso che sarebbe stata questa la mia cartolina per te. Un disturbo di passi in movimento rompe la perfezione delle linee, mi piace pensare che noi siamo un po’ come quest’interruzione nell’armonia, qualcosa d’improvviso che non si riesce mai a quantificare, che sfugge dietro porte scorrevoli di passanti in ritardo.

Ti mando un abbraccio dal tuo amato Giappone.

Saluti da Tokyo

 

Saluti da Takamatsu

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Sono seduta di fronte a questo faro per aspettare la notte e alla periferia di questa piccola lingua di terra murata il vento tira forte. Alle mie spalle mi sono lasciata la città che comincia a illuminarsi con le sue insegne fortissime, dalle antenne alle torri di cristallo, Takamatsu ha tutte le cose che mi aspetterei da una città portuale. Dall’altro lato dell’acqua, una ruota panoramica ha perso una parte dei suoi fanali, e a vederla così, sdentata all’orizzonte, mi mette un po’ di malinconia. I battelli chiedono il permesso di passare con la voce baritona della sirena e rompono il panorama che si è messo dietro i reni di questo grande faro rosso. Sono rimasta ferma per un po’, spostandomi di continuo i capelli dalla fronte e ho assistito a questo piano sequenza che si è girato davanti ai miei occhi, ripetutamente, da quando sono arrivata. Vecchietti in tuta e cuffie alle orecchie compaiono nel quadro, chi a passo veloce, chi correndo, e fanno la loro sosta davanti al faro. Stirano le braccia, tendono le gambe sull’inferriata, lunghi respiri e poi un momento di pace a perdersi con lo sguardo all’orizzonte.Resto a osservarli come se si fosse fermato il tempo ma poi, all’improvviso, compare lei. Appoggia le mani sui freddi tubi che delimitano il perimetro di questa promenade e poi giunge i palmi e tocca la fronte con la punta delle dita. Leggeri movimenti della bocca lasciano intuire una preghiera che rivolge al mare, seguendo i tre punti cardinali a sua disposizione. Mi fisso a guardarla e lei mi sorride, con l’aria preoccupata di chi non vuole rompere la grazia del momento, quello del turista ingordo di foto. Vorrei spiegarti che significa la bellezza di questo popolo e quante cose mi hanno sorpreso da quando sono qui, ma racchiuderlo in questa cartolina è davvero difficile, vorrei che tu mi capissi. Magari, al ritorno, quando finalmente starai bene e potrò stringerti senza sentire paura di perderti, ti parlerò della solitudine del viaggiatore. Prima di partire ti ho chiesto se fossi preoccupata per me e se magari fosse il caso di rimandare. Mi hai guardato e mi hai chiesto di continuare dritto e di non voltarmi perché ti avrei tolto la possibilità di rendermi felice. È stata la cosa più difficile che abbia fatto da quando ne ho memoria. Ecco, volevo dirti che oggi ti ho pensata più del solito perché questa signora, che grossomodo avrà la tua età, ha cominciato a guardarmi e poi, semplicemente, non ha potuto fare a meno di mettersi al mio fianco. Non ci è importato molto il fatto di non poter parlare tanto: tra una traduzione raffazzonata e molte risate, ci siamo capite. Siamo rimaste a guardare il mare per un po’ perché volevamo trascinare la notte verso di noi e ammirare le luci del nuovo ponte che collega le isole tra loro. Mi ha offerto un caffè e mi ha parlato della sua vita, mi ha parlato di quanto a volte sia difficile salire certe scale. Prima di lasciarmi mi ha detto nel suo delicato e ostico giapponese che sì, le sarebbe piaciuto avere una figlia come me e che se  avesse potuto, anche lei si sarebbe messa uno zaino in spalla per guardare lontano. Avrei voluto essere capace di dirle molte più cose, ma ci siamo lasciate con un inchino e la promessa di incontrarci domani nello stesso posto. Volevo che tu sapessi che ti ci avrei portata volentieri a passeggiare da queste parti, ti avrei offerto il braccio e ti saresti appoggiata a me e saremmo arrivate fino alla fine, te lo assicuro, per guardare il faro che si accende prima del previsto.

E per un momento ci saremmo dimenticate di tutto, anche delle scale che ci restano ancora da salire.

Saluti da Takamatsu

Dietro ai vetri di Hiroshima

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Come tutte le strade in Giappone, anche quelle di Hiroshima sono immacolate, nemmeno una carta a farsi portare via dal vento che si è sollevato leggermente.Quando arrivo al ground zero uno sparuto gruppo di turisti si affaccia per scattare qualche foto, si respira un’aria di pioggia. Mi guardo attorno e Hiroshima sembra una città qualunque, con i suoi passanti affaccendati, chiusi nei cappotti del primo accenno di freddo. Dalla cupola entra tutto il grigio del cielo di questo autunno umorale, resiste nei suoi ricami di ferro arrugginito, resiste ancora alle intemperie del tempo.

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Da lontano i piccoli templi alla memoria delle vittime luccicano sotto la luce forte del giorno. Strisce colorate, origami, insegne costruite in nome della pace, restano ben conservate in modesti reliquiari che circondano la famosa campana, tintinnante al tocco di qualsiasi curioso che si avvicina. Hiroshima moderna e plumbea, ha sterilizzato con le sue geometrie perfette gli odori, i colori, le storture di un’estate lontana. Restano schermi accesi, testimonianze aberranti, unghie troppe cresciute, cassette di latta annerite, vestine stracciate, referti medici, qualche sguardo perso in una foto segnaletica. Hiroshima la si può vedere solo attraverso queste teche, una sequela di etichette che sono un colpo al cuore. Hiroshima la si può solo immaginare scomparire, lentamente, in un unico deflagrante contraccolpo. Allo scorrere delle porte automatiche di un museo, al primo passo ricompare la realtà, quella in controluce, con le strade rumorose, i bambini appena usciti da scuola, le cose da sbrigare prima che venga sera e l’unica cosa che hai voglia di sperare è che tutto l’orrore possibile resti lì, accantonato dietro le vetrine della storia.

Saluti da Naoshima

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Il battello è salpato da pochi secondi e ho questo panorama che mi cade addosso e che non riesco a sopportare: poche linee di fuga, un mare immenso; l’isola di Teshima è ancora troppo lontana. Ho portato un libro con me, ho dei resti di carta sui quali potrei scrivere qualcosa, ma non riesco a pensare a nulla. Vorrei spiegarti che in questo momento non mi manca niente dei mesi passati, se non la lentezza delle nostre colazioni, il caffè e latte accompagnato dal pane con il pomodoro, gli sguardi rivolti sul balcone del vicino che sbadiglia alla finestra.Da quando sono in Giappone, capisco molto dei tuoi silenzi e di come tu sia stato capace di insegnarmi ad aspettare. Mi riesce male, ma non me lo fai notare mai. Tu sei fatto così, rifletti e perdoni. Hai la stessa pazienza di questo battello che solca l’acqua, ché il mare sembra quasi seta, a volerselo immaginare come una metafora trovata dentro uno di quei libri che mi leggi prima di andare a dormire. Ieri a Naoshima mi sono persa dentro una delle tante installazioni che costellano l’isola. Ci hanno fatto entrare alla cieca in una stanza e poi ci hanno chiesto di restare lì, nella vertigine del buio. Ci hanno chiesto di aspettare.Mi ricordo che potevo sentire deglutire il mio vicino tanto il silenzio era religioso. Poi, all’improvviso il vuoto si è fatto materia. Ho affondato la mano in questa densità visiva, mi è sembrata la giusta ricompensa per essermi fidata dell’oscurità senza averne paura. Te lo racconto perché so che ti sarebbe piaciuto, godere per un momento dell’illusione di saltare in questo niente.

Ed è questo il Giappone che ti voglio regalare.

Saluti da Naoshima

Saluti da Amanohashidate

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Mi sono fermata per un attimo sul sentiero e ho deciso di seguire la deviazione che dal bosco porta lungo la spiaggia. Avevo paura che l’ultimo scampolo di luce mi portasse via la visione di questo paesaggio meraviglioso. C’era un signore sulla riva che pescava e si poteva vedere il terminale con una luce rossa intermittente che dalla canna oscillava, quasi a segnare un percorso verso il fondale con un dito. Ti ho pensato e mi sono ricordata dei nostri pomeriggi senza terra all’orizzonte, nel vuoto perfetto che si sente solo quando si è già troppo lontani dalla costa e il silenzio intorno è rotto da piccoli gesti da manuale: armare l’amo con l’esca, sentire scivolare la lenza tra l’indice e il pollice e poi aspettare. Di questo rituale religioso, forse questa era la parte che mi piaceva di più, quando restavamo immobili senza poter fissare nessun punto concreto all’orizzonte perché il cielo si era fatto una cosa sola con il mare e ci sembrava un miracolo poter godere di questa visione. Qui fa un po’ freddo, sento l’aria della pioggia arrivare, come quella che fa abboccare all’amo i pesci pettine, i pesci piatti, color di rosa. Stavo pensando che Amanohashidate conserva un poco questo silenzio e la calma dei nostri pomeriggi d’estate, ci sono dei cormorani che svolazzano indisturbati sulle coste erbose e una fotografia in controluce di un paesino sonnecchiante che viene interrotta solo dal battello che fa la spola da un lato all’altro della spiaggia. Mi sono ammalata, ma sono felice comunque e credo che questo posto ti piacerebbe molto, se solo potessi venire qui per un momento a sederti con me.

Quando torno a casa, ti porto a pescare.

Saluti da Amanohashidate

Goodbye, au revoir Kyoto

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Di ritorno in bici verso casa, mi scorre a lato il kamo-gawa, il fiume che taglia la città e che di sera si illumina a festa. Mancano pochi minuti al tramonto e le prime lanterne si accendono lungo le strade di Kyoto.
Mi fermo per godermi il panorama. Una donna si aggiusta il cappello prima di inforcare la bici, mentre alcuni bambini saltellano da un masso all’altro, giocando con i riflessi dell’acqua. Per me, in questo momento, ci sta tutta la città contenuta nello specchio di questo fiume. Manca un giorno alla partenza, eppure Kyoto, che che si estende davanti ai miei occhi come un palmo di mano, mi sembra già così lontana. L’ho amata tanto che sento già nostalgia dei suoi ritmi pacati, delle sue strade discrete ed eleganti, del suo modo di lasciarsi attraversare senza mai mostrare le unghie.

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Da lontano arriva la musica di un ukulele, questa sera ci sarà la luna piena e nei tempietti disseminati per la città si festeggia l’arrivo dell’autunno. Penso che da qui è cominciato il mio viaggio e che la prima impressione che mi resterà per sempre di questo Paese è la fotografia di un gruppetto di gente che proprio ora balla ai bordi del fiume con la città addosso che li osserva senza dire nulla e di questa luce che non so se riuscirò a trovare in un altro posto al mondo perché vive solo negli angoli di Kyoto, lungo le linee delle vetrine dove i cuochi si affannano per portare in sala ricche scodelle fumanti o nel vermiglio dei torii del Fushimi Inari-taisha, ancora più intenso al tramonto. Così prima di voltare le spalle al ponte, fisso la scena per l’ultima volta e mi immagino un saluto diverso dal solito, che ha più il sapore di un arrivederci. Succede così quando ci si innamora di una città.

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