A un passo dal confine: i miei giorni tailandesi

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Lungo la strada dove mi sono fermata per dormire a Sukhouthai, i ristoranti sono sorti come funghi per accontentare i turisti accalorati dalla lunga passeggiata nel parco. Sembrano riprodursi come copie identiche dello stesso servizio: foto con caffè dall’aspetto invitante che si riducono nella realtà a una brodaglia marrone mischiata a dosi abbondanti di ghiaccio, pancake, waffle, banana split. Le prime pagine sono dedicate al cibo tailandese, con numerose varianti di pad thai, carne di pollo o maiale, generalmente accompagnate da papaya verde, curry e altre spezie tipiche della cucina del luogo. I prezzi sono tutti al di sopra della media. Le cameriere ti chiamano dalla strada, quasi a recitare una preghiera, ripetendo come una litania sempre le stesse parole. La sosta, inevitabile, serve a superare le ore morte del primo pomeriggio, soffocanti, per la calura del sole intenso e la quasi assoluta mancanza dell’ombra. Sono rimasta a rimuginare sul da farsi e alla fine mi sono seduta a un angolo, per ricevere la benedizione di un effimero getto d’aria. Il ventilatore si muoveva stanco da un lato all’altro e ho cominciato a mandar giù a piccoli sorsi qualcosa che assomigliava a un cappuccino congelato. Ho rovistato tra la borsa per controllare che avessi tutto con me: il portafogli, le chiavi, il passaporto con un nuovo visto.

Dopo quasi due settimane passate in Tailandia, mi porto addosso una confusione simile al campo di battaglia che regna sul mio letto. I giorni si sono accumulati freneticamente nonostante il mio andare lento e perplesso. Della calma giapponese sono rimasti pochi strascichi che faccio fatica a conservare, del caos tailandese riesco a racimolare qualche briciola. Ho questo ricordo del mio primo giorno a Chiang Mai, quando sono rimasta per qualche minuto ferma sulla strada principale, osservando le macchine e i motorini che sfrecciavano all’impazzata. Mi sono sorpresa del mio modo impacciato di affrontare la situazione, non sapevo come fare per attraversare. Mentre aspettavo, mi è caduto l’occhio su una pagoda che brillava alla luce del sole come una pietra raffinata. Così ho cambiato direzione e ho deciso di prendere del tempo, sono entrata all’interno e ho approfittato della meraviglia dei primi momenti, prima che tutto si trasformasse in un’immagine ripetitiva nella testa. C’era un forte odore all’interno ma non ne ho saputo riconoscere bene la provenienza. Sul fondo, diversi Buddha impilati uno dietro l’altro mi osservavano impassibili dal lato dell’altare. Mi sono seduta per un momento e non ho provato niente. Mi è servito il silenzio per accogliere quel cambio violento che si sarebbe diluito nel corso dei giorni successivi, in svolte verso diversi angoli e incontri imprevedibili. La stessa notte ho visitato un bazar e mi sono persa dentro un tempio. Illuminato com’era dalle luci artificiali, mi era sembrato diverso da tutti gli altri che avevo visitato. Un gruppo di monaci adolescenti si adoperava in piccoli lavori di manutenzione, altri bevevano succhi di frutta per ristorarsi dalla fatica. C’era un’aria di letizia che isolava il caos e il divertimento confezionato per il turista, percepibili a soli pochi passi dal muro di cinta. Sono rimasta ad osservarli per un po’ e mi sono sentita sollevata. Sulla strada del ritorno, la via offriva ogni sorta di distrazione: bar dalle luci soffuse e cocktail invitanti, baracchini stracolmi di cibo fumante, massaggiatrici appollaiate su sdraio di plastica in attesa del prossimo turno e ragazze piacenti che muovevano la testa al ritmo dell’ultima hit. Dal mirino della mia macchina ho fermato un istante: una ragazzina sdraiata su un tavolo da biliardo mi dava le spalle, stretta in un top attillato e dei jeans provocanti. Ho provato a capire quanti anni avesse ma ho pensato che mi bastasse assistere a quella scena per trarre le mie conclusioni da sola. Mi sono avvicinata di più per mettere meglio a fuoco, l’immagine restava fluida sotto il riflesso del neon. Intorno, tutti sembravano divertirsi e approfittare di quell’aria leggera dei giorni di vacanza.

Sono passati ormai tredici giorni e quel momento ogni tanto mi torna ancora alla memoria, ha molto a che vedere con quel misto di sacro e profano che mi sono messo dentro la valigia, ora che sto per partire verso un nuovo Paese.