Io viaggio da sola

Sono seduta insieme a Tate sul lato destro del treno perché, come ci siamo dette prima che le porte si aprissero in un chiasso di stantuffi e metallo stridente, all’andata è quello destro il lato che conta, affacciato com’è dalla parte del mare.

Dopo pochi minuti, Barcellona sembra già lontana.

I profili di case, che spuntano lungo la periferia incorniciata dai tralicci, mi ricordano più i paesi del sud, di calce bianca e grandi vuoti invernali, invece che le facciate dell’antico quartiere di pescatori, affollate da frenetiche passeggiate di turisti a caccia di foto con panorama. Nascondo dietro agli occhiali da sole una stanchezza che non appartiene né al passato già remoto di levatacce e giorni interminabili di routine, né a quello più recente del cammino fatto zaino in spalla. Lo spazio della vita adulta – del presente sempre precario – anche quello oggi si allontana: è il patto, la tregua, la fuga, forse l’illusione, tipici di chi parte e aspetta il suo arrivo altrove.

Tate, museo Pau Casals.
Tate, museo Pau Casals.

Ieri notte, con l’insonnia ritornata come un rigurgito involontario e doloroso, ho scritto sul mio quaderno una frase, trovata nel libro Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig: “Sono insieme contento e triste di essere qui. A volte è quasi meglio viaggiare che arrivare”. Cerco il taccuino dove l’ho segnata, ma non la trovo. Vorrei mostrarla a Tate e chiederle cosa ne pensa ma rimando la conversazione, mentre il mare appare e scompare, come un’immagine interrotta da qualche fotogramma bruciato in una pellicola. Lei mi guarda con gli occhi che le si fanno piccoli, stuzzicati dal sole che entra con un taglio deciso e perpendicolare, offuscandole a volte la vista. Ieri mi ha chiamato proponendomi una gita che “vedrai, ti farà bene” e ho assentito senza pensarci troppo, scostando con un piede lo zaino che dopo il ritorno ancora latita sotto il piccolo letto del mio nuovo appartamento. Quando dopo qualche ora ho visto la sua figura stagliarsi in controluce sulla vetrata affacciata sul mare, le ho dato ragione: alle mie spalle, lungo il corridoio della sua casa museo, si infiltrava con un ritmo perfetto la sinfonia suonata per violoncello da Pau Casals. Il resto del tempo lo abbiamo passato sulla spiaggia, cercando di non lasciarci sopraffare dall’abbraccio lungo e invadente delle onde e poi sedute a pranzare, con il tetto del cielo cangiante a ogni giro di vento.

Tate, spiaggia di San Salvador
Tate, spiaggia di San Salvador

Mentre finivo la mia fideuá, d’improvviso mi è ritornato alla memoria un fatto di cronaca di qualche giorno fa: due ragazze argentine erano state trovate uccise in Ecuador mentre viaggiavano da sole. Abbiamo discusso su quanto risultasse fuori luogo definire due ragazze che viaggiano insieme come sole e poi siamo ritornate indietro nel tempo, pensando a tutte le volte che noi da sole siamo partite per davvero. Poi ci ho pensato meglio: mi sono chiesta se fosse nella logica volutamente infranta del legame tra aggettivo e numero – erano sole, erano donne sole anche se in realtà erano due? –  che risiedesse la contraddizione (e l’indignazione collettiva) o se invece non fosse il caso di andare direttamente alla radice della questione che si proponeva, evidentemente, più come un problema di genere.

E se invece fosse stata una sola ragazza ad apparire in quelle foto segnaletiche? Ci saremmo indignati nello stesso modo o sarebbe stato classificato, con non poca tristezza, come l’ennesimo “femminicidio”? Il problema sta per davvero nel numero o nel fatto che sia dia per scontato che una donna – da sola o in compagnia, poco importa – non possa, non debba permettersi il lusso di godere della stessa libertà che viene assegnata per difetto a un uomo?

Mi sono ritornati alla memoria i momenti – a dir la verità pochi – in cui mentre viaggiavo mi sono sentita in pericolo, esposta e ho riflettuto sulle scelte che ho fatto per evitare situazioni che ritenevo potenzialmente rischiose. Mi sono resa conto che quando ho accettato qualcosa di spiacevole (cambiando strada, distogliendo lo sguardo, ecc.), ho giustificato e perpetrato l’errore nel quale tutti, uomini e donne, continuiamo a cadere e che consiste nel fatto di normalizzare qualcosa che di normale non ha praticamente nulla.

Un errore che produce ancora oggi troppo orrore.

Perché, ad essere onesti, la questione del genere resta un tema irrisolto, risultando come una contraddizione scomoda e imbarazzante che ci dice chiaramente che non siamo ancora libere, non veramente. Sono sempre stata lucida sul fatto che non sia stata trovata, almeno non per il momento, una soluzione a questa disuguaglianza latente, subdola, truccata di emancipazioni più fittizie che reali.

Io, in viaggio
Io, in viaggio

Ho ripensato all’espressione mista a sorpresa e sgomento che, prima della mia partenza, ho dovuto subire ogni volta che affermavo che sì, questo viaggio lo facevo da sola e che per questa scelta non avrei dovuto sentirmi né coraggiosa – come spesso mi definivano guardandomi con uno sguardo ammirato – né speciale.

Compiacermi del fatto che partissi da sola sarebbe equivalso a considerare la mia scelta come qualcosa di straordinario quando invece sarebbe dovuta risultare agli occhi di tutti come normale, senza distinzioni di circostanze. Io, davanti a queste manifestazioni di perplessità, non ho comunque mai fatto una piega: mi sono limitata a sorridere e a ribadire la mia solitudine cercata, desiderata. Confesso che il sorriso si estendeva con maggiore enfasi quando a guardarmi sbigottite erano le donne – quelle che per la società, che lo vogliano o no, continueranno a essere definite sole anche quando oggettivamente non lo sono –  invece degli uomini.

La discriminazione parte da quei sorrisi di stupore, si genera e si rigenera attraverso la paura – legittima ma non per questo auspicabile – di essere aggredite, stuprate, uccise per il solo fatto di essere donne.

Mentre tornavamo a casa, un cambio repentino della temperatura ha fatto traballare i nostri umori. Il mare ci stava mandando via con grossi sospiri impazienti. Sul treno ci siamo sedute sul lato sinistro, ma questa volta del mare non c’era nemmeno l’ombra. Ci restavano gli scampoli di qualche luce che appariva come un debole segnale in assenza di orizzonte. Il tepore del vagone ci cullava comunque in un dormiveglia ristoratore. La notte si stava mangiando le nostre visioni sognanti, da viaggiatrici in cammino, esseri umani orgogliosamente soli.

Ripartire

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L’ultimo biglietto d’aereo era rimasto casualmente incastrato dietro a una carta con il tre di cuori che porto da anni nel portafoglio. Me l’aveva regalata un prestigiatore a Barcellona, una sera di vermut in piazza, mentre giocavo a indovinare cosa avrebbe tirato fuori dal mazzo. La cosa che mi affascina dei maghi è la loro espressione giusto un attimo prima del colpo di scena. Hanno negli occhi uno spirito compiaciuto e vivono solo per quel momento in cui saranno capaci di rompere anche le reticenze del pubblico più scettico. La carta che conservo ha la capacità di regalarmi momenti di stupore retroattivo: ogni volta che voglio ricordarmi di qualcosa, nascondo i resti di un evento nella solita tasca, dove rimane incastrato il ricordo di una prova venuta bene.

Mi piace pulire bene la mia borsa alla fine di un viaggio, mi ricorda la sensazione di sollievo che provo dopo una doccia calda, meritata ricompensa che lava via di dosso le lunghe ore di cammino. Di ritorno, nel fondo del sacco ci restano solo le cose essenziali prima che tutto, dopo poche ore, ritorni nel caos di fortuiti incontri e cose da ricordare. Ho guardato il biglietto ripiegarsi su se stesso in una lenta eutanasia tra le fiamme del camino di casa mia, l’unico posto dove possa tornare senza avere la necessità di un passaggio, un divano o un piatto caldo di emergenza. Quando l’ultimo lembo si è ridotto a un cumulo di cenere nera ho pensato che non riuscivo a immaginare una fine da dare a questa storia.

Pochi istanti prima di lasciare il pavimento dell’aeroporto di Bangkok – dove tutti poltrivano con gli sguardi persi verso altre direzioni – ho pensato alla parola “ritorno” e mi ricordo di aver immaginato immediatamente a qualcosa di molto più simile a una “partenza”, come se quel cerchio non potesse chiudersi insieme al portellone dell’aereo, incastrato tra i sedili della classe economy, tra schermi illuminati e hostess in movimento. Perché più che ritornare, sento solo l’impulso di ripartire per andare da qualche parte, a rifugiarmi in un abbraccio stretto che sa di casa, in una storia complicata e sospesa che sembra già passato, verso un futuro che non esiste e che prima poi dovrò obliterare, al passo veloce di un’altra chiamata d’imbarco. Ho ammucchiato i resti della mia prima lunga giornata sotto il camino e ho aspettato che le ultime braci si spegnessero. Sono rimasta a godere del tepore superstite, come la valigia che resta mezza aperta nella mia stanza di bambina, come la testa che ho messo a posto, in un posto che gli altri fanno fatica a trovare nelle mappe e il cuore più pesante di cose importanti da trattenere.

E mi son detta con il cuore in gola “si riparte” perché in fondo si riparte.

Si riparte sempre.

 

 

 

 

ວັນອາທິດ

brindisi villaggio

Agita il microfono tra le mani e mi fa un cenno perché vuole che mi avvicini. Nel giro di pochi secondi ci ritroviamo seduti in un piccolo cortile, circondato da case e baracche, utensili per lavorare la terra ed amache che si muovono pigre accompagnate dal vento. Ci siamo inoltrati tra le stradine del villaggio seguendo la musica che allungava le braccia fino al ponte di bambù. Da lì, Luang Prabang riesce soltanto ad accennare la sua bellezza perché resta nascosta, protetta dalla sponda del fiume dove ogni tanto compare un pescatore a tirare su le reti. Bastano pochi metri per dimenticare le strade pavimentate, le deliziose ville in stile coloniale, i templi pullulanti di tuniche arancioni stese al sole e le stoviglie riposte al vento. Basta svoltare a sinistra, lasciandosi il fiume alle spalle, affinché la vita ricominci, con un’altra versione dei fatti. Mi prende la mano e sfodera una risata costellata di denti bianchissimi e buoni propositi per la domenica di meritato riposo. Con il braccio destro culla un bambino che dorme beato, nonostante la musica che, altissima, fa vibrare la piccola cassa riposta su una sedia di plastica. Lo avvolge con tutta la sicurezza del suo corpo massiccio mentre con il braccio sinistro muove al ritmo della canzone il bicchiere di birra, facendo tintinnare il ghiaccio a ogni colpo di brindisi. Ci sono altre donne con noi, tutte sono disposte in cerchio per celebrare questa piccola festa pomeridiana che ha in programma un karaoke, qualche nocciolina sparsa sul tavolo, delle fave in baccelli dal sapore acido e aspro e un residuo di bottiglie che riposano ormai vuote sul terreno. Se solo potessimo raccontarci a questa gente, penso, mentre le sento chiacchierare tra loro, interrotte solo dallo scoppio di qualche risata. Le guardiamo e alleniamo le nostre guance per sfoderare grandi sorrisi. In fondo, mi dico, è l’unica sintassi che possiamo permetterci: dei movimenti con la mano, un gesto fraterno sollevando un bicchiere che ci è stato appena offerto, qualche parola imparata negli ultimi giorni che ripetiamo come bambini alle prime armi in una tremenda corsa ad ostacoli tra svariati suoni gutturali. Non ci arrendiamo facilmente, l’adrenalina della festa ci coinvolge in un via vai di canzoni dal lontano sapore orientale e sembra così facile cominciare a inscenare una danza, con un valzer sgangherato, schivando sgabelli e bambini timidi che ci scrutano come se fossimo strani individui, venuti da chissà dove. Dalla strada gruppi di gente arrivano alla spicciolata, si affacciano, sghignazzano per le nostre performance canore, qualcuno ritorna a casa, altri ordinano una birra o da mangiare al baracchino vicino. Siamo inebriati dall’alcol che ci viene offerto senza sosta, ma sembra troppo difficile rifiutare. Il gioco consiste in questo: un cubetto di ghiaccio glissa veloce fino al fondo della tazza e non si fa in tempo a dire “no, grazie” che si è già con il bicchiere in mano per il brindisi di routine. Mi guarda con gli occhi lucidi, mi piacerebbe pensare che si tratti di gioia, magari l’occasione per festeggiare un successo, un colpo di fortuna, ma l’euforia monta ad ogni bottiglia stappata, sempre più veloce. L’alcol fa la sua parte e la musica è sempre presente. A turno, qualcuno prende in mano il microfono e comincia il canto. Si dedicano interamente alla prestazione, senza tradire per un momento la stanchezza che disegna sulla fronte contratta un paio di rughe traditrici. La melodia, a volte dolce, a volte drammatica, diventa spettacolo non appena le mani, le braccia, i corpi, cominciano ad ondeggiare, come rapiti da una sorte di estasi. Sul fondo, come un pannello dipinto per la scenografia di un teatro, un uomo si muove indifferente, scavando con la pala il terreno. Ogni tanto una delle donne si rivolge a lui, proponendo una bevuta fugace o per intonare una delle tante canzoni che ruotano e si ripetono sulla lista. Lui le guarda, senza avere la minima intenzione di stare al gioco. Sorride timidamente e poi si rimette a lavoro, come se il mondo, proprio a pochi metri dal suo corpo, non stesse cambiando, sconquassato dall’euforia dei festeggiamenti che sembrano voler durare fino all’alba. È il loro giorno di festa, ne sono sicura. Il momento del riposo dopo una settimana passata ad occuparsi della famiglia, del lavoro e dei grattacapi della vita quotidiana. Queste donne laotiane dalla tempra forte, abituate a sopportare i carichi, anche quelli più pesanti, che si muovono come api operaie, costruendo con pazienza – e forse un po’ di disillusione – una società matriarcale. Ho osservato molte di loro durante questi giorni e ne ho conosciuta solo qualcuna. Hanno tutte la stessa luce nello sguardo, bellissime e combattive. Ce ne andiamo che il sole sta già tramontando. Un ultimo abbraccio chiude il cerchio. Mentre le salutiamo da lontano, la musica resta nell’aria come un curioso promemoria. La festa finirà forse solo a notte inoltrata.

Fino ad allora, c’è ancora tempo per un altro giro di valzer.

Pyin oo Lwin, solo andata

sguardi treno

Hanno disposto tutti i loro sacchi sulle rotaie e si sono seduti in direzione nord, volgendo lo sguardo verso la linea piatta e rovente che aspetta di essere interrotta dall’arrivo del treno. Sulla banchina i venditori muovono pigramente dei grandi ventagli per sopravvivere alla calura del mattino e scacciare via le mosche che si aggirano fameliche intorno alla frutta. Ho comprato un biglietto di seconda classe che costa il prezzo di un piatto di riso, accompagnato da piccole scodelle piene di verdura e curry, così come vuole la tradizione birmana. Ci ho fatto l’abitudine ai prezzi sproporzionati proposti sui listini, così che mi sembra normale pagare il costo di un pranzo per un viaggio di sette ore e spendere dieci volte di più per una notte in un ostello infestato dalle pulci. All’arrivo del treno, la massa si è disposta armonica sulla linea corrispondente a ogni singolo ingresso e mi è sembrato strano cadere in un paradossale dejà vu. Per un momento, mi è ritornato alla mente il primo giorno in Giappone quando, spaesata, aspettavo diligente in fila la fine delle pulizie prima di entrare in un immacolato e modernissimo vagone. Un’emozione fugace, una petite madeleine che si è dissolta nel giro di pochi secondi nel brodo caldo di un’umanità in fermento, occupata a disporsi con i suoi cestini e pollame sui duri sedili di legno, pronta per cominciare il viaggio. Prima di partire, alcuni venditori si avvicinano ai finestrini, passando la mercanzia alle mani che agitano qualche kyat in cambio di un pezzo di frutta o un dolcetto ricoperto di cocco. Queste donne, avvolte nelle loro gonne colorate, si muovono elegantemente in equilibrio con i loro piatti affollati di merce di ogni tipo. Una danza che dura il tempo di pochi secondi, prima che un grido interrompa le trattive e il treno cominci a muoversi sulle rotaie. Mi sono accomodata sulla panchina di legno che reca scritto il numero assegnato sul biglietto, non sembra una coincidenza che di fronte a me sia seduta un’altra viaggiatrice, una ragazza ceca che viaggia in solitaria e che conta con dispiacere i pochi giorni che le sono rimasti a disposizione prima di lasciare definitivamente il paese. Ha l’acqua marina negli occhi, dei sottili capelli biondi che si interrompono con un taglio netto giusto prima di cadere sulle spalle e un sorriso rassicurante, accompagnato da una parlantina che mi terrà occupata per buona parte del viaggio. Siamo le uniche straniere ad aver scelto la seconda classe, gli altri restano seduti giusto a lato, sui loro sedili foderati con una materiale di seconda mano che dovrebbe giustificare il costo maggiorato del biglietto. Ci godiamo il panorama serene, mentre il vagone vibra ad ogni metro percorso, provocando un’esilarante danza, interrotta sola dalle brevi fermate lungo il percorso.Mi sono alzata per osservare il paesaggio dall’entrata laterale, sempre aperta al vento, alle case dei contadini e al cielo che cade denso e azzurrissimo sul dorso rovente, fatto di ruggine e metallo. Sono rimasta ipnotizzata a godere di quell’andare lento e rilassato, un passo tranquillo, di macchina che si fa uomo. Un marchingegno perfetto e sgangherato che lascia il tempo al viaggiatore di un saluto allo sguardo emozionato dei bambini che agitano le loro manine, fermi sul limitare delle porte di casa.

sguardo treno madameQuando arriviamo sull’altissimo ponte, il treno resta paralizzato, in sospeso. Sospira, sbuffa, indugia sull’enorme distesa verde per poi crollare, spettacolare, nel profondo burrone che si apre sotto di noi. L’adrenalina dell’attesa, d’improvviso, si schianta sullo sguardo intenso di una donna che dal finestrino a lato mi osserva. Le nostre paure si fondono nello stesso vuoto e sembra che non ci sia lingua, etnia, colore della pelle che possa dividerci in questo respiro trattenuto che ci lega strette, l’una all’altra. La paura ha lo stesso odore e scivola via nello stesso momento, lenta anche lei, come il treno che ci porta in salvo dall’altro lato della montagna. Quando ritiro la testa dal finestrino, mi rendo conto che nel vagone l’’oscurità si è fatta più scura, più viva. Un bambino resta accovacciato sul ventre della madre, mi guarda, sorride poi esplode contento in uno sbadiglio, il treno singhiozza poi riparte perché il viaggio continui, fino alla prossima fermata.

Tazaungdaing

candeleApre un sipario di denti imbrattati di betel e sbatte le lunghe ciglia che luccicano al riflesso dei fari del palco. Lui è di sicuro pronto per lo scatto. Non ho idea di come si chiami ma è felice e dispensa un’ammirazione imbarazzante, pronto per scattare una foto. È arrivato sventolando il suo smartphone come una bandiera, in segno di conquista, e si è messo in posa per portare a casa il suo piccolo ricordo con la straniera. Siamo nel bel mezzo di una marea umana che si muova estatica, disinibita dai fumi dell’alcol. La festa si gonfia di luci e odori estranei proprio dietro le nostre spalle. L’amalgama di gente venuta dai villaggi vicini si riversa sullo spiazzale dove il prossimo gruppo sta preparando la grande lanterna che si libererà nel cielo. Li guardo dimenarsi con i loro longyi spiegazzati dal trambusto delle gambe danzanti e mi solletica un’emozione diversa, la stessa che ho provato la prima volta che ho letto la storia di questo Paese. Mi dico  – e lo penso – che quest’anno ad accogliere la luna piena c’è una felicità incomparabile che non si provava da tempo. Ai sorrisi offerti senza timore si aggiungono le strette di mano, le sigarette in omaggio, un bicchiere di birra levato al cielo per l’ennesimo brindisi. Ci guardano, stupefatti ed entusiasti, perché siamo lo specchio dietro al quale si sono nascosti per tanti, troppi anni. Siamo il passo che si fa lungo e veloce sulla frontiera finalmente spalancata, la gioia di un cambio spaventoso e straordinario, qualcosa di nuovo che non è stato ancora toccato e che pure pare troppo prezioso per essere sprecato questa volta. A Taunggyi la ruota panoramica si muove con la forza delle braccia dell’uomo per un giro che riporterà tutti a terra nel tempo fugace di alcune grida. Dei bracieri girano per servire la carne preparata per l’occasione, birra e whisky sono venduti ai baracchini lungo le strade mentre gruppi riuniti intorno all’enorme lanterna di carta sperano di liberare le loro voci in un canto di vittoria per il volo spettacolare nel cielo. Mi avvicino timorosa alla grande coda decorata con piccole candele, tutt’intorno uomini, donne e bambini reggono come una reliquia quell’intricato intreccio di corde e stoppini. La cerimonia dell’accensione dura il tempo di un battito di ciglia: d’improvviso una processione suntuosa di luci si srotola davanti ai nostri occhi. È un’equazione pericolosa e spettacolare quel passo cauto che accompagna l’equilibrio del rituale. Il fuoco si libera violento all’interno di un sottile foglio che si apre in una spettacolare visione davanti al pubblico. Ed ecco che la forma cambia e prende vita sotto la potenza dell’aria calda, mettendo in piedi, come un soldatino diligente, la lanterna. Le fiammelle tremano al tocco del vento e dei canti, restano sospese sulle mani che religiosamente si prodigano per non farle cadere. Le urla si affastellano in un gioco ritmato di incitazioni. C’è un intervallo di pochi secondi prima che la meraviglia esploda in un applauso e si chiuda con le danze che celebrano il gioco riuscito. Dall’alto, la carta tesa al vento mostra tutti i suoi colori, un cielo nero così non si era mai visto prima. La luna fa capolino tra i fuochi artificiali che sfavillano nell’aria e sulle teste in contemplazione così che il giubilo si confonde con il terrore e l’adrenalina.

Vale la pena rischiare. Rischiare di essere colpiti dai resti del fuoco, dallo scoppio improvviso di un petardo che come goccia si precipita sugli sguardi attenti, rischiare di restare uccisi, per troppa bellezza e voglia di libertà.

Il Festival delle luci, noto anche con il nome di Tazaungdaing, celebra il giorno di luna piena di Tazaungmon (l’ottavo mese del calendario birmano) ed è considerato festa nazionale in Birmania, segnando anche la fine della stagione delle piogge. Per l’occasione, diverse enormi lanterne vengono liberate nell’aria, in uno spettacolare gioco di luci e colori. Il festival nel corso degli anni ha contato diversi incidenti, includendo morti e feriti, a causa della caduta improvvisa di alcune lanterne e del loro conseguente incendio o per lo scoppio di alcuni petardi che, liberandosi nell’aria nel momento dell’ascensione, possono colpire come schegge impazzite gli spettatori presenti all’evento.

Geografie umane

motore hpaan

Il corpo di S. è un fascio di nervi e muscoli che si riflettono al sole delle prime ore del pomeriggio. Lo vedo fermarsi perplesso davanti al motore in panne e poi, senza pensarci troppo su, riannodare il suo longyi con un gesto rapido e naturale della mano, passando il resto della stoffa tra le gambe. Dopo vari tentativi falliti, ha deciso di accostare la barca lungo la riva per controllare cosa c’è che non va con l’elica che stenta a girare, trasformando il viaggio in una lenta tosse faticosa. Quando siamo partiti in direzione Mawlamyine mi ha chiesto come mi chiamavo, mentre teneva la mano sul timone e guardava all’orizzonte, elargendo senza avarizia grandi sorrisi. Mi sono detta invece che io non avrei mai potuto indovinare la sua età. Vedendolo così, avrei potuto scommettere che avesse trent’anni oppure cinquanta perché ogni cosa nel suo corpo suggeriva esperienza, la saggezza del passo del tempo. Quando siamo ripartiti mi ha confessato di averne quarantatré, mi parlava con aria soddisfatta senza perdere d’occhio il gruppo sparuto di case che cominciava a profilarsi all’orizzonte. Io sono rimasta a osservare i panorami spettacolari sfuggirmi di mano a ogni metro percorso: piccole case di bambù, pescatori in elegante equilibrio su lance di legno e rete alla mano, bambini in braccio alle madri che al nostro passaggio detonavano in saluti da lontano, con le loro manine vibranti ed entusiaste. Suppongo che ogni giorno, alla stessa ora, lo spettacolo di piccole imbarcazioni di strani individui bianchi muniti di macchinetta fotografica e occhiali da sole sfili davanti ai loro occhi e che ogni giorno, alla stessa ora, la loro routine si arresti per quella pausa di benvenuto e commiato, troppo breve per essere assimilata in qualcosa di diverso.  Mi domando cosa penseranno di noi, di questa piccola grande novità che lentamente si sta massificando con l’apertura delle frontiere. L’altro giorno, mentre gironzolavo per le stradine di Hpa-an, mi sono fermata per mangiare un boccone in uno dei tanti tavolini dove campeggiano padelle fumanti, riso bianco in quantità industriali e piccoli pezzi di carne, accompagnati da verdure e spezie piccantissime, il tutto servito in minuscole porzioni. Alcune categorie di cibo, come appunto la carne, in Birmania sono vendute in quantità limitate e sinceramente non faccio fatica a capirne il motivo. Giusto la sera prima infatti avevo avuto occasione di leggere nelle Lettere dalla mia Birmania di Aung San Suu Kyi questo passo:

“L’inflazione è il peggior nemico delle casalinghe birmane, costrette, per coprire le quotidiane necessità delle loro famiglie, a stiracchiare salari sempre più esigui. La visita al mercato è diventata una difficile corsa a ostacoli in cui la massaia deve destreggiarsi circospetta tra picchi di prezzi impossibili e trabocchetti di merci di quart’ordine. (…) Con il costo della carne salito alle stelle, il riso saltato della prima colazione è ormai condito per lo più con verdure, ma neppure queste a volontà. Il prezzo della verdura è salito ancora di più, in proporzione, di quello della carne”.

Mentre mandavo giù il mio primo boccone, osservavo l’espressione incuriosita delle donne sedute al tavolo con me e me le immaginavo intente a fare i conti con una lista della spesa sempre più corta e complicata. Ho cercato di scambiare con loro qualche parola ma sono ancora ferma al “grazie mille”, “prego”, “buongiorno” e al massimo a un’espressione grata del viso che supplica un contatto umano che vada oltre le apparenze. Viaggiare ed essere catapultati in un mondo completamente diverso rispetto a quello di provenienza è un atto d’amore che richiede pazienza e comprensione. Non sarà improbabile scontrarsi con sguardi silenziosi e impauriti, circospetti e poco amichevoli, ma sarà altrettanto facile imbattersi in visi aperti, denti scoperti e mani e braccia offerte per aiutare o stringersi in un abbraccio fraterno.

cucitrici

Di fronte alla bancarella dove ero seduta, un gruppo di ragazzine era intento a cucire, accompagnato da una musica pop. Muovevano tutte la testa al ritmo della canzone e sembravano estremamente concentrate sul loro lavoro. Mi sono avvicinata per salutarle e mi hanno accolto con le loro risate argentine e una timidezza deliziosa. Ho chiesto se potevo scattare una foto e alcune si sono ritratte, perplesse, mentre altre mi hanno incoraggiato con un sguardo sicuro. Dopo averle ringraziate a mani giunte, una di loro mi ha chiamato, chiedendomi di fare un altro scatto. Era così felice che ora che sono di nuovo in viaggio mi fermo a riguardare quell’espressione che spunta accanto al mio viso abbronzato e intimidito da tanto entusiasmo.Stiamo per arrivare a Mawlamyine, sono sparite le ultime case di pescatori lungo le sponde del fiume, da lontano appare la cittadina, con i suoi piccoli moli che si affacciano di fronte alle barche in arrivo. Da lontano, si vede la sagoma in controluce di qualcuno in attesa e penso di nuovo e più forte alla geografia di luoghi e persone che stanno lentamente cambiando questo andare.

Verso Hpa-An

blog birmania

Mi sono fermata per un attimo sul ponte, mentre una miriade di camioncini, auto private e tuc tuc sfreccia da un lato all’altro della frontiera. I birmani che incontro lungo il cammino si distinguono dai tailandesi per quella maniera così naturale di portare il longyi, la tipica gonna di cotone leggero, utile per resistere alle lunghe giornate afose. Una donna seduta per terra si è ritagliata con discrezione uno spazio sotto il sole e guarda i passanti senza pretese. Stringe al petto un bambino di pochi mesi, aspettando speranzosa qualche contributo.Mi sono girata per trattenere nella testa l’ultima istantanea di due paesi che si uniscono e dividono, uno a pochi metri dall’altro.Alle otto in punto, ho poi assistito al picchetto cerimoniale che inaugura la giornata dei militari. Una fila composta si è allineata per restare immobile davanti all’ufficiale, mentre la musica dell’inno nazionale tailandese suonava nell’aria, con un certo carico di solennità. Tra loro alcune donne, strette nei loro tubini eleganti e formali, tendevano il palmo della mano per il saluto convenzionale, quasi a ripararsi dal sole che in questa zona si fa cocente sin dalle prime ore del mattino. Avevo visto la scena già un’altra volta, mentre aspettavo il bus che mi avrebbe portato a Lamphun. All’improvviso, dei grandi megafoni avevano dissolto nell’aria i toni sacri e magniloquenti di quella sinfonia e molti tra i viaggiatori si erano alzati, indossando uno sguardo silenzioso e pieno di rispetto per poi ritornare con tranquillità a sedersi al proprio posto una volta terminato il rituale, con le valigie accanto e i biglietti in mano.
Sento di essermi lasciata alle spalle un posto che forse non ho avuto il tempo necessario di capire e che mi ha accolta con una dose esagerata di comode facilitazioni, chiasso e rude disponibilità, sintomo, probabilmente, di un rodaggio ventennale con gli occidentali arroganti e naif, alla ricerca di una “spiritualità” su cui avrei molto da ridire. Però mi consolo pensando che gli ultimi giorni a Mae Sot mi sono serviti per allontanarmi dall’immagine stereotipata delle grandi città, mettendomi a contatto con un’umanità più autentica e disincantata. Dopo aver ricevuto il visto buono con il limite tassativo di ventotto giorni per visitare il Paese, la Tailandia è già qualche passo più distante.
Una ruota panoramica campeggia nel bel mezzo di un terreno incolto, altre giostrine, antiche e malmesse, brillano sotto il sole, con i loro colori sgargianti. Un fiume scorre a lato, conservando una bellezza commovente. Dall’altro lato del ponte, le prime pagode birmane spuntano all’orizzonte, disegnando di oro un cielo azzurrissimo.
Ho notato che Myawwady mantiene le stesse caratteristiche della città al di là degli enormi cancelli di metallo: rumori, traffico e un mix di culture che si muovono instancabili da un lato all’altro della strada, alla ricerca di qualche affare da concludere e soprattutto di turisti che da queste parti hanno cominciato a farsi sempre più numerosi. È infatti da poco tempo che questa frontiera è diventata accessibile, diventando un comodo passaggio via terra dalla Tailandia per i visitatori desiderosi di conoscere la Birmania. E di questa frontiera è tristemente conosciuta anche la sua storia, teatro di una guerra lunga e da pochi ricordata, che vede come protagonisti una delle tante etnie residenti in Birmania, i Karen. Presenti in circa sette milioni sul territorio, questa minoranza ha portato avanti una lotta, oggi più silenziosa ma che perdura, per il diritto all’autodeterminazione come popolo. Il sogno dell’indipendenza, promesso con il Trattato di Planglong nel 1949 da Aung San – padre della celebre Aung San Suu Kyi – si è infatti spezzato con l’avvento della dittatura militare. Da allora, una lotta sanguinaria è scoppiata tra il popolo dei karen e quello dei birmani: si infiltra tra le palme lussureggianti e le ampie colline che si aprono sullo scenario stupefacente di questo lato del paese; è tangibile nei piccoli posti di blocco che mi lascio alle spalle dove uomini in tuta mimetica stringono al braccio mitragliette e con un leggero gesto della mano permettono il passo verso sud.
Dopo circa un’ora dall’inizio del viaggio riesco finalmente a distinguere quel tipico colore rosso della noce di betel che tinge le labbra e i denti del mio autista, anche lui karen. Finalmente sorride e mi lancia di rimbalzo una sorta di sguardo complice. Dopo aver bisticciato con un probabile concorrente, è riuscito a caricare sulla sua macchina dei clienti, due ragazzini che come noi si dirigono a Hpa-an, probabilmente per tornare a casa dalle loro famiglie. Ha dimostrato tutta la sua soddisfazione offrendo foglie di betel ai nuovi arrivati. Io me ne resto quieta, un poco intimidita da quel tanto parlare di cui non riesco a cogliere nemmeno il più semplice suono, ma i ragazzini, anche essi molto riservati, finalmente rompono il riserbo, cercando di capire da dove vengo con strambi gesti fatti con le mani. Dal finestrino scorre un paesaggio cangiante e stupefacente, ogni tanto qualche stupa dorato spunta fuori da una vegetazione fitta, mentre ci inoltriamo senza troppa cautela su strade dissestate con un curioso sistema di senso unico alternato.
Ora che ci siamo allontanati dal frastuono della città, mi rendo conto che lo scenario è totalmente cambiato. È un’emozione sottile e piacevole – una tra le mie preferite – molto simile all’adrenalina che si sente quando si sfila via dal nastro trasportatore la propria valigia e si è pronti a tuffarsi nel marasma di una civiltà sconosciuta.

È qualcosa di terribile e insieme meraviglioso.

Corri piano, Forrest

Kyoto by night

Mi sono messa in fila sulla banchina per aspettare il treno. C’è una frenesia nelle stazioni del Giappone che non ho mai visto in nessun altro posto. Si corre con garbo, senza spingere, oltrepassare il limite. Si va di fretta, ma senza disturbare. C’è questa linea dietro la quale si è creata una selezione composta di gente: uomini in cravatta, donne dai tacchi alti, turisti spaesati, ragazzi incollati ai cellulari che muovono la testa al ritmo delle cuffie piantate nelle orecchie. Aspettiamo religiosamente dietro un numero che indica il vagone che ci spetta, una volta che il treno si sarà fermato, aprendo con efficienza le sue porte. Ho stretto a me la piccola borsa dove conservo le cose essenziali, compiendo in pratica un atto meccanico privo di senso: furti silenziosi e assalti spettacolari non sono previsti nel programma. Questa sera un treno velocissimo mi riporterà da Osaka a Kyoto e per la prima volta da quando sono qui mi sembra di andare incontro a un felice ritorno. Mi domando se possa essere possibile sentirsi a casa in un posto che non ti è mai appartenuto. È una questione di tempo e pazienza, bisogna coltivare l’esperienza di strade mai battute, abituarsi ai piccoli gesti collettivi, così lontani da quelli familiari. Lungo il tragitto ho solo quindici minuti per riordinare le idee perché il treno si allontana veloce e lo scenario surreale di un incontro organizzato all’ultimo momento mi confonde e mi mette addosso una felicità puerile. È quasi passato un mese dall’inizio del viaggio e mi sembrano ormai così lontani i primi giorni di affanni, stupore, ansia, tipici del turista con la valigia in mano e le ore contate. Stasera viaggio leggera e guardo il panorama fuori dal finestrino. Non ho nessun itinerario da rispettare, le luci mi sfuggono di mano a ogni metro percorso alla velocità di trecento kilometri orari. La stazione di Kyoto mi accoglie con i suoi vuoti illuminati e vertiginosi, spettacolari strutture di metallo si ergono verso l’alto, sostenendo la grande vetrata che fa da cielo a migliaia di viaggiatori in transito come schegge impazzite. Mi sono fermata per godermi lo spettacolo, recuperando quei minuti che non ricordavo di aver vissuto il primo giorno che sono passata da qui. Allora ho pensato a tutto il tempo sprecato a non perder tempo e mi sono detta che la corsa finiva lì e che era arrivato il momento di correre piano. Mentre cercavo l’insegna del nostro punto d’incontro, ho visto G. arrivare, si guardava attorno con aria preoccupata. Ho alzato il passo, cercando di schivare i passi frettolosi dei passanti che mi tagliavano la strada e l’ho sorpreso con un abbraccio forte e improvviso. Ci siamo guardati e non abbiamo potuto fare a meno di ridere, senza remore, di quella situazione assurda che ci stava capitando. Per noi, che una casa vera la stiamo ancora cercando, quell’incontro sembrava una bellissima ricompensa da riscuotere al tavolo di qualche ristorante. Mi sono appoggiata al suo braccio, come usavo fare quando da studenti ci perdevamo per le strade di Roma, e ci siamo allontanati dalla stazione, pacificati, per cercare qualcosa da mettere sotto i denti in una sera come tante, a Kyoto.

 

Dietro ai vetri di Hiroshima

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Come tutte le strade in Giappone, anche quelle di Hiroshima sono immacolate, nemmeno una carta a farsi portare via dal vento che si è sollevato leggermente.Quando arrivo al ground zero uno sparuto gruppo di turisti si affaccia per scattare qualche foto, si respira un’aria di pioggia. Mi guardo attorno e Hiroshima sembra una città qualunque, con i suoi passanti affaccendati, chiusi nei cappotti del primo accenno di freddo. Dalla cupola entra tutto il grigio del cielo di questo autunno umorale, resiste nei suoi ricami di ferro arrugginito, resiste ancora alle intemperie del tempo.

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Da lontano i piccoli templi alla memoria delle vittime luccicano sotto la luce forte del giorno. Strisce colorate, origami, insegne costruite in nome della pace, restano ben conservate in modesti reliquiari che circondano la famosa campana, tintinnante al tocco di qualsiasi curioso che si avvicina. Hiroshima moderna e plumbea, ha sterilizzato con le sue geometrie perfette gli odori, i colori, le storture di un’estate lontana. Restano schermi accesi, testimonianze aberranti, unghie troppe cresciute, cassette di latta annerite, vestine stracciate, referti medici, qualche sguardo perso in una foto segnaletica. Hiroshima la si può vedere solo attraverso queste teche, una sequela di etichette che sono un colpo al cuore. Hiroshima la si può solo immaginare scomparire, lentamente, in un unico deflagrante contraccolpo. Allo scorrere delle porte automatiche di un museo, al primo passo ricompare la realtà, quella in controluce, con le strade rumorose, i bambini appena usciti da scuola, le cose da sbrigare prima che venga sera e l’unica cosa che hai voglia di sperare è che tutto l’orrore possibile resti lì, accantonato dietro le vetrine della storia.

Goodbye, au revoir Kyoto

bimbi casco fiume

Di ritorno in bici verso casa, mi scorre a lato il kamo-gawa, il fiume che taglia la città e che di sera si illumina a festa. Mancano pochi minuti al tramonto e le prime lanterne si accendono lungo le strade di Kyoto.
Mi fermo per godermi il panorama. Una donna si aggiusta il cappello prima di inforcare la bici, mentre alcuni bambini saltellano da un masso all’altro, giocando con i riflessi dell’acqua. Per me, in questo momento, ci sta tutta la città contenuta nello specchio di questo fiume. Manca un giorno alla partenza, eppure Kyoto, che che si estende davanti ai miei occhi come un palmo di mano, mi sembra già così lontana. L’ho amata tanto che sento già nostalgia dei suoi ritmi pacati, delle sue strade discrete ed eleganti, del suo modo di lasciarsi attraversare senza mai mostrare le unghie.

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Da lontano arriva la musica di un ukulele, questa sera ci sarà la luna piena e nei tempietti disseminati per la città si festeggia l’arrivo dell’autunno. Penso che da qui è cominciato il mio viaggio e che la prima impressione che mi resterà per sempre di questo Paese è la fotografia di un gruppetto di gente che proprio ora balla ai bordi del fiume con la città addosso che li osserva senza dire nulla e di questa luce che non so se riuscirò a trovare in un altro posto al mondo perché vive solo negli angoli di Kyoto, lungo le linee delle vetrine dove i cuochi si affannano per portare in sala ricche scodelle fumanti o nel vermiglio dei torii del Fushimi Inari-taisha, ancora più intenso al tramonto. Così prima di voltare le spalle al ponte, fisso la scena per l’ultima volta e mi immagino un saluto diverso dal solito, che ha più il sapore di un arrivederci. Succede così quando ci si innamora di una città.

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