Saluti da Hsipaw

hsypaw babyM. ha strappato una foglia lungo il cammino e si è avvicinato a pochi centimetri dal mio naso spezzandola in due con delicatezza, poi ha soffiato nel piccolo interstizio e una serie di bolle si è liberata nell’aria, proprio come succedeva a me a tua madre quando eravamo piccole e imbrattarci le mani di sapone era una tra le occupazioni più eccitanti della giornata. Se fossi stato qui con me, avresti spalancato gli occhi e avresti sfoggiato uno di quei sorrisi deliziosi che solo tu sai disegnare sul tuo viso. Impaziente come sei, di sicuro mi avresti pregato con un gesto brusco della manina di ripetere l’esperimento e io ti avrei messo la foglia dritto davanti agli occhi e ti avrei chiesto di provarci da solo perché sarebbe stato molto più bello riuscirci senza l’aiuto di qualcun altro.Ci siamo persi in uno dei tanti villaggi che si nascondono dietro le spalle curve e nerborute delle montagne, qui a nord. Per strada ho incontrato molti bambini come te, si fermavano aggrappati alla staccionata delle case e ci sorridevano entusiasti, mentre alle loro spalle le mamme li guardavano attente e intimorite da quelle facce nuove che arrivavano, dispensando mingalaba – così si dice ciao da queste parti – ai loro figli.  Ho visto poi i ragazzini più grandi che al suono della campana entravano diligenti a scuola, sudati dalle corse tra immensi campi e tappeti di the lasciato essiccare al sole. Li ho sentiti da lontano intonare lunghe e continue cantilene, ripetute per imparare la lezione. Così, mi sono ricordata del tuo primo giorno di scuola, quando sei arrivato con la faccia stupita per tutte quelle cose nuove che ti toccava affrontare. Non hai fatto una piega: ti sei seduto tranquillo ad osservare i tuoi nuovi compagni che supplicavano di tornare a casa con le loro madri. Ti ho immaginato contento e ho sperato che anche tutti bambini che ho incontrato lo fossero. Ho sperato che, proprio come succede a te, anche per loro l’educazione dventasse un diritto inalienabile e sacrosanto. Ogni tanto da queste parti pare sia difficile diventare grandi e vorrei che tu leggessi quello che ti scrivo ogni volta che ti sembrerà insopportabile startene seduto a imparare qualcosa di nuovo.Venire fin qui mi è costato un viaggio furioso di curve poco clementi e finestrini congelati dall’aria pompata a tutta forza per non far surriscaldare il motore del bus. Sono arrivata all’alba che tutti ancora dormivano. Lungo il percorso di notte i paesi erano in festa perché la luna si era fatta gigante nel cielo e salutava il pubblico con la sua luce inconsueta. In uno di questi, ho visto una bambina che cantava in piedi su un camion mentre il resto della gente la seguiva felice con gli occhi, battendo le mani al ritmo della canzone intonata. Era vestita come una di quelle principesse che ti fanno scoppiare in gridolini di gioia e mi è sembrata molto bella, ti sarebbe stata simpatica.È da molte settimane che cammino, tu questo forse lo intuisci ogni volta che i grandi ti chiedono di salutarmi da un inutile schermo che a te serve solo per giocare. Mi guardi con la coda dell’occhio mentre scali il camino per afferrare il ninnolo lasciato in esposizione dalla nonna e poi alla fine con un sospiro di sconfitta ti avvicini e se sei particolarmente ispirato mi mandi un bacio volante con la mano, per poi scappare via come una scheggia.Io non ci resto male, questo volevo dirtelo, perché ci penso su e mi ricordo che siamo cresciuti insieme così, facendo della distanza normalità. Quando sei nato, c’erano duemila chilometri tra me e te. Mi ricordo che avevi solo venti minuti e io me ne restavo chiusa nel bagno dell’ufficio a sciogliermi in un pianto privato per pochi pixel mandati dal nonno. Avevi la testa schiacciata e la guancia affossata nel cuscino, ma sembravi comunque sereno e bellissimo. Ho dovuto aspettare venti lunghissimi giorni prima di tenerti stretto e sentirmi la persona più fragile del mondo.Ho le scarpe che hanno la forma delle fosse e che restano sospese a mezz’aria a prender vento su immensi panorami che un giorno mi piacerebbe tu potessi ammirare con la stessa emozione che sto provando in questo momento. Mentre sono stesa sul letto e le onde bussano alla porta della mia stanza per entrare, ti scrivo questa cartolina. Vorrei che tu la conservassi per leggerla quando sarai pronto. Prendi tutto il tempo che vuoi perché so già che ne avrai a sufficienza e che per un bel po’ sarai occupato a crescere, pensando di essere troppo impegnato per stare dietro alle mie parole. Io voglio regalarti questo istante del mio viaggio, è un dono molto piccolo che sto cercando di vivere con umiltà, una di quelle cose che noi grandi usiamo, se siamo abbastanza fortunati per capirlo, quando ci avviciniamo a certi fatti della vita per la prima volta.Mi sono chiesta molte volte cosa possa insegnarti, mentre cresci troppo in fretta e prendi le tue piccole decisioni ogni giorno. Così ho deciso che al mio ritorno ti regalerò queste scarpe di gomma malandate. Hanno tante piccole cicatrici piene di polvere, fango e la suola corrosa dall’acqua, i salti, le arrampicate. Sono di tela blu, un quarantuno, e le ho pagate quattro soldi. Ci potrai mettere i piedi dentro quando sarai sufficientemente grande per starci comodo e, malgrado le vesciche, andare, senza paura.

Nel frattempo, ti mando un bacio da questo posto lontano che si chiama Hsipaw.

Con amore,

 

 

 

Saluti da Mae Sot

mae sot

Ho fumato l’ultima sigaretta prima di andare a dormire e sono rimasta sul portico a pensare che non siamo riusciti a parlarci, la linea è saltata all’improvviso. Se avessi potuto, ti avrei raccontato che questo pomeriggio, mentre girovagavo per le vie di Mae Sot, ho visto un gruppo di ragazzini che bighellonava. Uno di loro indossava una maglietta rossa con la scritta “Paris” e mi sono domandata se sapesse cosa fosse successo lo scorso venerdì, ma suppongo che fosse semplicemente una casualità. Credo che fossero birmani e che vivessero in quella parte della città a ridosso della grande strada principale, dove campeggia una sala kitsch per cerimonie e il grande centro commerciale Tesco, dove puoi comprare tutto quello che vuoi se sei disposto a pagarlo tre volte rispetto al prezzo di mercato. Ci sono passata ieri sera, il primo giorno che sono arrivata: intere famiglie spuntavano fuori, illuminate da lampadine di fortuna fissate sulle loro case baracche. Alcuni bambini seduti per terra giocavano con utensili, qualcuno sistemava l’antenna della televisione, altri conversavano mestamente, impegnati a consumare un pasto frugale, protetti dai ferri arrugginiti dei loro cancelli. Ho visto molta povertà e mi sono ricordata della prima volta che ho messo piede in una favela in Brasile, quando ho scoperto quel sentimento di pace che si respira dappertutto quando si è a Casa, poco importa se il tetto è fatto di cemento o lamiera. Mi sono chiesta come vive un birmano in Tailandia e forse è per questo che mi sono presa una pausa dal viaggio in questo territorio di frontiera. Immagino che non ti suonerà per niente strano, ma mi sento più a mio agio in questo posto, lontana dai festini preparati ad hoc per i turisti, dai tuc tuc con la tariffa per vacanzieri, dai ristoranti con i menù in inglese. Sono arrivata due giorni fa con l’intenzione di fermarmi una notte e invece sono rimasta impantanata nell’umanità meticcia di questa città, a osservarla da lontano e in solitudine. Qui si respira un’aria da porto di mare dove si incrociano razze, culture e religioni diverse, i clacson suonano maliziosamente al passaggio e i finestrini delle auto restano impermeabili alla vista. Qualcuno mi aveva detto di rinunciarci, perché da questo lato della cartina avrei trovato pochi lustrini e troppi problemi. Ma poi ho pensato a quello che mi ha detto un viaggiatore stagionato qualche giorno fa, che la paura non porta mai a niente di buono, e mi sono convinta senza troppi sforzi. Il mio ostello si trova a soli cinque kilometri dal Ponte dell’Amicizia, ogni tanto incontro qualche occidentale in bicicletta che mi sorride, quasi a cercare conforto. Al mercato le donne, esauste, poggiano la testa sulla bancarella infestata dalle mosche, confondendosi tra intestini esposti al sole e rospi ansimanti, stretti in reti di nylon verde. Tutte si ricoprono il viso con un impasto speciale color beige, il thanakha, per proteggersi dal sole. Tiro a indovinare se si tratta di Karen o Shan, minoranze etniche fuggite a metà degli anni Ottanta dal caos del regime militare, varcando illegalmente la frontiera con la Tailandia. Il caldo è estenuante e mi ricorda i racconti sulla Birmania umida e soffocante che mi aspetta oltre il confine. Mi fermo per bere qualcosa che possa idratarmi, quasi nessuno capisce l’inglese ma mi sono abituata all’insieme di suoni che mi arrivano all’orecchio, estranei e frustranti, mi ricordano la fatica del viaggio e il suo valore. Quando ti arriverà questa cartolina, probabilmente sarò seduta in uno dei tanti camion che dal centro della città mi porteranno direttamente alla frontiera. Ti lascio con l’immagine  di un posto contraddittorio e affascinante, sono sicura che come me, anche tu ti saresti sentito comodo e curioso nell’attraversarlo.

Un abbraccio da Mae Sot

Saluti dal Giappone

tokyo by night

Tokyo appare e scompare, come una serie di diapositive che si muovono davanti agli occhi allo scatto di un pulsante. Hai presente quella vecchia macchina che avevamo quando eravamo piccole? Ci sedevamo, dopo aver chiuso accuratamente le tende, e nella stanza c’era un silenzio surreale. La polvere cadeva sottile davanti all’occhio illuminato del proiettore, ci passavamo le mani, piegando le dita in modo buffo per improvvisare ombre cinesi che si trasformavano in grandi maschere sul muro. Era un gioco che si consumava in pochi minuti, prima che la carrellata di immagini dell’ultima vacanza in montagna cominciasse a sfilare davanti ai nostri occhi. Sono seduta sul treno che mi porta all’aeroporto, ancora accaldata dalla corsa alla ricerca della stazione giusta. Ho posato il grande zaino accanto a me e ci ho messo il braccio sopra, come se potessi trovare conforto in questo pezzo di antiquariato degli anni Ottanta, un prestito inaspettato dell’ultima ora che tutti guardano con aria sospetta. Io invece penso di essermici già affezionata e un po’ mi rattrista l’idea di dovermene separare, una volta che sarò tornata a casa. Dopo qualche fermata sotterranea, la città riaffiora dai finestrini, una visione residua dei palazzi illuminati che mi apre un sorriso malinconico sulla bocca. Vedo facce stanche e visi concentrati su libri e cellulari, qualche viaggiatore che sfida la forza di gravità cercando di tenere a bada la valigia. C’è un via vai armonioso di gente che aspetta la sua fermata, recitando a memoria una preghiera quotidiana. Io stringo a me lo zaino che ha preso le sembianze umane di un compagno di viaggio e penso ai giorni giapponesi che mi stanno scivolando dalle mani troppo in fretta. È una sensazione difficile da spiegare, ma vorrei che provassi solo per una volta questo struggimento, di certo capiresti molte più cose di me. Da quando sono arrivata qui, il tempo ha cominciato a funzionare in un modo diverso. Per esempio, le ore si sono dilatate un pomeriggio allo scadere del tramonto, mentre guardavo i flutti d’acqua lambire leggeri il grande torii di Myajima, porta sul mare che si apre al tempio – sono rimasta lì seduta senza riuscire a capire cosa farmene di tutta quella bellezza che mi si parava davanti: ce lo hai avuto mai tu questo problema? Restare ferma in un posto e non riuscire a sopportare la responsabilità di una visione? – , oppure quando passeggiavo per il cammino sacro del Koyasan o tra i piccoli templi di Nara, e poi si sono contratte nell’emozionante corsa dei primi giorni, persa in mezzo agli eleganti sentieri in salita di Kyoto, nei discorsi surreali fatti con una signora seduta su una panchina mentre aspettavo il treno a Okayama o nelle corse in bicicletta, per arrivare fino alla vetta più alta a Naoshima, nel labirinto intricato dei colori di Tokyo, delle sue vetrine e meravigliosi musei, città imponente e straordinaria, mai noiosa. In Giappone ho dimenticato il nome e la successione dei giorni, tenendo in mente solo qualche numero importante. E poi mi sono sentita a casa, sensazione che ricordo di aver vissuto nella vita solo un’altra volta, circa dieci anni fa. Perciò, come potrai immaginare, mi sento confusa. Sono seduta su questo treno – uno dei tanti che mi hanno fatto muovere nel magma della metropoli nell’ultima settimana – e sto preparando un addio frettoloso, passando in rassegna una lista immaginaria di volti e discorsi. Il resto cola lento in questi ultimi trenta minuti, sulla linea di un treno espresso diretto ad Haneda. Ti voglio dedicare la mia ultima cartolina prima di lasciare il Paese perché mi sembra che in fondo noi due, insieme, siamo sempre state un po’ così: due tempi che accadono, complici e diversi, nello stesso momento.

Un bacio sul pancione dal Giappone

Saluti da Nakameguro

specchi omote

La strada che ho imboccato si estende lungo una vecchia galleria, costruita probabilmente negli anni Ottanta. L’architettura mi ricorda vagamente le vie eleganti di Kyoto, ma appena guardo l’orizzonte, la barriera di palazzi alti che si anneriscono in controluce mi riporta subito a Tokyo, la più incredibile scatola cinese urbanistica che abbia mai conosciuto. Con il primo pomeriggio, i colori del sole si sono fatti più intensi – la sera qui si fa largo con più arroganza e mi sembra di essere in un’eterna lotta contro il tempo – e questa parte della città conserva i toni caldi dell’autunno e delle cose poco durevoli. Sono arrivata sul ponte che l’aria tirava forte, da due giorni il vento si è sollevato facendo volare intorno foglie, gonne, insegne e i miei capelli che non riesco mai a tenere in ordine come vorrei. Mi sono spostata sul fianco di questo grande viale e ho pensato che ci sarei voluta tornare in primavera per l’hanami, ad ammirare i ciliegi in fiore che cambiano il colore del cielo e dell’acqua con il loro riflesso ipnotico. Ma poi ho capito che probabilmente avrei perso il privilegio di questa splendida solitudine e mi sono messa a passeggiare con lo sguardo rivolto al fiume. C’era una pace intorno che mi ha fatto dimenticare le corse veloci dei treni e mi ha portato in questo spazio dove qualche ciclista transita tranquillo tra una corsia e l’altra, gli anziani sonnecchiano indisturbati all’ombra e i bambini ritornano a casa con i loro squisiti cappellini calcati sulla testa, saltellando intorno con l’aria un po’ sperduta. La sponda laterale del fiume è protetta da alberi maestosi, radicati tra la terra e il cemento. Hanno le braccia penzoloni sull’acqua e le loro foglie sottili si muovono nell’aria, alterando la quiete ad ogni scatto di foto. Poco più in là c’è tutto il resto della città che scalpita, qualche macchina che sfreccia sull’altro ponte me lo ricorda all’improvviso. Ti ho immaginato in questo posto, seduta su una panchina a fumare una sigaretta di nascosto. Ti sarebbe piaciuta l’atmosfera, l’azzurro che si infiltra nell’arancione del pomeriggio, giusto poco prima del tramonto. Avresti rubato una foglia dal marciapiede e l’avresti messa tra le pagine di un libro per poi ritrovarla un giorno per caso, senza ricordarti che era un souvenir del Giappone. Avresti aggrottato le ciglia e poi saresti scoppiata in una delle tue risate nervose, maldicendo l’assoluta mancanza di memoria per le cose che ti capitano. Io ti avrei sorriso, interdetta da quella maniera così leggera che hai di mostrarti in tutta la tua complessità e probabilmente ci avremmo bevuto su, sgranando un rosario degli aneddoti più assurdi, tipici dei viaggi in solitaria. Ma oggi, te lo volevo dire, ho attraversato Tokyo in punta di piedi, con un abbozzo improvvisato sul mio quaderno di una mappa che mi portava da un punto all’altro, come una foglia lasciata in balia del vento e ho capito che questa città un poco ti somiglia. C’è una concretezza costantemente minata da percorsi cangianti, scommesse visive, provocazioni, interruzioni e armonie di forme. Gli angoli che si stagliano a molti metri d’altezza, brillano al riflesso di enormi vetrate per far poi precipitare la vista su piccoli ed inconsueti ritrovi, dove ragazzine in uniforme sorbiscono caffè, affondando felici i loro cucchiai in dolci elaboratissimi. Mi sono persa volentieri per un po’, specchiandomi nelle vetrine di Omotesando e risalendo delle strade in collina che mi portavano al Watari-um, il museo d’arte contemporanea. A un bivio mi sono fermata davanti a un santuario che riposava ai piedi di un enorme palazzo, un’idiosincrasia di forme e significati che faceva a pugni con il panorama. Di fronte tante lapidi ritte dividevano in due parti il quadro. Ho visto Fukushima, deserta e inquietante, dallo schermo di un’installazione. Le strade senza vita della città tremavano dietro il riflesso delle onde magnetiche. Tutto intorno neon, orologi con fusi orari differenti e un’atmosfera statica e tremendamente tranquilla. Nel museo ci sta questa sala piena di libri e donne con smalti dai colori improbabili che sfogliano libri e scrivono appunti in una lingua troppa lontana per noi. Mi sono seduta a bere una caffè e di nuovo ti ho pensata. C’era questa ragazza totalmente assorbita nel racconto di qualcosa, sono rimasta ad osservarla per un po’, guardando un libro che mi parlava solo attraverso le immagini. Avrei voluto bere con te un caffè in una tazza senza fondo per avere la scusa perfetta per perderci nelle nostre effimere conversazioni. Questa sera la città aveva una luce diversa, ho camminato costeggiando una serie infinita di specchi e negozi e tornando a casa mi è sembrato vederti ritornare a piedi e girarti un’ultima volta per un saluto, prima di allontanarti lungo una di quelle vie per me irraggiungibili dove si trova casa tua.

Saluti da questa parte della città.

Saluti da Tokyo

odaiba definitiva

Sono uscita che era già sera fatta e le luci di Asakusa si erano accese come un presepe. Credo che questo quartiere ti piacerebbe, mi ricorda tanto le nostre passeggiate notturne, di ritorno a casa, in una Barcellona ormai deserta, con il riflesso dell’ambra sul pavimento a indicarci la strada. Da queste parti Tokyo si chiude in piccoli vicoli con insegne luminose che invitano ad entrare, e poi d’improvviso si apre su viali con baracchini illuminati a festa, dove la gente che è appena uscita dal lavoro sfoggia visi rilassati e sorrisi più generosi, guance arrossate dai fumi dell’alcol. Mi sento un poco a casa in questo posto, una piccola porzione di spazio che mi ricorda l’ozio delle domeniche a bere vermut, aspettando che il sole si affacciasse sulla terrazza. Ho accelerato il passo per non perdere la coincidenza e mi sono messa a fantasticare sulle persone che erano sedute di fronte a me in metropolitana. Mi è caduta addosso una sensazione di quotidianità, come se la vita che avevo lasciato a due passi dall’aeroporto fosse ritornata per un momento al punto di partenza. Sul treno panoramico che mi portava a Odaiba ho avuto il presentimento che mi avessi cercato su una di quelle mappe che ti piace tanto esplorare: ero lì, sospesa in alto, a scivolare tra ponti e grattacieli e tutto mi sembrava più chiaro e più vicino e ho pensato che non mi era mai capitata una cosa del genere, sentirmi meno piccola in una città così grande. Mi sono raggomitolata nell’utero di una Tokyo sonnolenta ed elegante e mi sono goduta il panorama di linee ortogonali e ombre che stavo attraversando. Non ho potuto fare a meno di pensarti perché in fondo noi due insieme siamo sempre stati come questo percorso: curve esagerate, silenzi notturni, angoli che si stagliano netti in controluce, spaventosi ed estremi, come questa bellezza che mi lascia senza parole e annulla ogni singolo pensiero che possa disturbarla. Sulla baia il ponte era acceso protetto da un’aurea chiara che lo rendeva ancora più maestoso, qualche luce rossa traghettava marinai, passeggeri, viaggiatori da un punto all’altro della città. Gruppi sparuti di gente sostavano sul pontile ma c’era una calma palpabile mentre passeggiavo tra la sabbia e la passarella e coppie che si stringevano e abbracciavano per non perdere il momento esclusivo di quella visione. Mi sono seduta per un momento a fissare la scena e probabilmente, se fossi stato con me, ci saremmo messi a discutere di spazi, materiali, luce e tu mi avresti spiegato delle cose nuove che mi sarebbe piaciuto imparare. Non so se mi avresti messo il braccio intorno al collo, ma mi sarebbe piaciuto, restarcene in pace noi due per qualche minuto, scoprire che questo tipo di vita poteva essere possibile anche per noi.  Al ritorno il viale era quasi deserto. Ho preso l’ultimo treno per ritornare a casa e mentre camminavo mi sono accorta di essere incappata nel bel mezzo di una simmetria compiuta e ho deciso che sarebbe stata questa la mia cartolina per te. Un disturbo di passi in movimento rompe la perfezione delle linee, mi piace pensare che noi siamo un po’ come quest’interruzione nell’armonia, qualcosa d’improvviso che non si riesce mai a quantificare, che sfugge dietro porte scorrevoli di passanti in ritardo.

Ti mando un abbraccio dal tuo amato Giappone.

Saluti da Tokyo

 

Saluti da Takamatsu

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Sono seduta di fronte a questo faro per aspettare la notte e alla periferia di questa piccola lingua di terra murata il vento tira forte. Alle mie spalle mi sono lasciata la città che comincia a illuminarsi con le sue insegne fortissime, dalle antenne alle torri di cristallo, Takamatsu ha tutte le cose che mi aspetterei da una città portuale. Dall’altro lato dell’acqua, una ruota panoramica ha perso una parte dei suoi fanali, e a vederla così, sdentata all’orizzonte, mi mette un po’ di malinconia. I battelli chiedono il permesso di passare con la voce baritona della sirena e rompono il panorama che si è messo dietro i reni di questo grande faro rosso. Sono rimasta ferma per un po’, spostandomi di continuo i capelli dalla fronte e ho assistito a questo piano sequenza che si è girato davanti ai miei occhi, ripetutamente, da quando sono arrivata. Vecchietti in tuta e cuffie alle orecchie compaiono nel quadro, chi a passo veloce, chi correndo, e fanno la loro sosta davanti al faro. Stirano le braccia, tendono le gambe sull’inferriata, lunghi respiri e poi un momento di pace a perdersi con lo sguardo all’orizzonte.Resto a osservarli come se si fosse fermato il tempo ma poi, all’improvviso, compare lei. Appoggia le mani sui freddi tubi che delimitano il perimetro di questa promenade e poi giunge i palmi e tocca la fronte con la punta delle dita. Leggeri movimenti della bocca lasciano intuire una preghiera che rivolge al mare, seguendo i tre punti cardinali a sua disposizione. Mi fisso a guardarla e lei mi sorride, con l’aria preoccupata di chi non vuole rompere la grazia del momento, quello del turista ingordo di foto. Vorrei spiegarti che significa la bellezza di questo popolo e quante cose mi hanno sorpreso da quando sono qui, ma racchiuderlo in questa cartolina è davvero difficile, vorrei che tu mi capissi. Magari, al ritorno, quando finalmente starai bene e potrò stringerti senza sentire paura di perderti, ti parlerò della solitudine del viaggiatore. Prima di partire ti ho chiesto se fossi preoccupata per me e se magari fosse il caso di rimandare. Mi hai guardato e mi hai chiesto di continuare dritto e di non voltarmi perché ti avrei tolto la possibilità di rendermi felice. È stata la cosa più difficile che abbia fatto da quando ne ho memoria. Ecco, volevo dirti che oggi ti ho pensata più del solito perché questa signora, che grossomodo avrà la tua età, ha cominciato a guardarmi e poi, semplicemente, non ha potuto fare a meno di mettersi al mio fianco. Non ci è importato molto il fatto di non poter parlare tanto: tra una traduzione raffazzonata e molte risate, ci siamo capite. Siamo rimaste a guardare il mare per un po’ perché volevamo trascinare la notte verso di noi e ammirare le luci del nuovo ponte che collega le isole tra loro. Mi ha offerto un caffè e mi ha parlato della sua vita, mi ha parlato di quanto a volte sia difficile salire certe scale. Prima di lasciarmi mi ha detto nel suo delicato e ostico giapponese che sì, le sarebbe piaciuto avere una figlia come me e che se  avesse potuto, anche lei si sarebbe messa uno zaino in spalla per guardare lontano. Avrei voluto essere capace di dirle molte più cose, ma ci siamo lasciate con un inchino e la promessa di incontrarci domani nello stesso posto. Volevo che tu sapessi che ti ci avrei portata volentieri a passeggiare da queste parti, ti avrei offerto il braccio e ti saresti appoggiata a me e saremmo arrivate fino alla fine, te lo assicuro, per guardare il faro che si accende prima del previsto.

E per un momento ci saremmo dimenticate di tutto, anche delle scale che ci restano ancora da salire.

Saluti da Takamatsu

Saluti da Naoshima

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Il battello è salpato da pochi secondi e ho questo panorama che mi cade addosso e che non riesco a sopportare: poche linee di fuga, un mare immenso; l’isola di Teshima è ancora troppo lontana. Ho portato un libro con me, ho dei resti di carta sui quali potrei scrivere qualcosa, ma non riesco a pensare a nulla. Vorrei spiegarti che in questo momento non mi manca niente dei mesi passati, se non la lentezza delle nostre colazioni, il caffè e latte accompagnato dal pane con il pomodoro, gli sguardi rivolti sul balcone del vicino che sbadiglia alla finestra.Da quando sono in Giappone, capisco molto dei tuoi silenzi e di come tu sia stato capace di insegnarmi ad aspettare. Mi riesce male, ma non me lo fai notare mai. Tu sei fatto così, rifletti e perdoni. Hai la stessa pazienza di questo battello che solca l’acqua, ché il mare sembra quasi seta, a volerselo immaginare come una metafora trovata dentro uno di quei libri che mi leggi prima di andare a dormire. Ieri a Naoshima mi sono persa dentro una delle tante installazioni che costellano l’isola. Ci hanno fatto entrare alla cieca in una stanza e poi ci hanno chiesto di restare lì, nella vertigine del buio. Ci hanno chiesto di aspettare.Mi ricordo che potevo sentire deglutire il mio vicino tanto il silenzio era religioso. Poi, all’improvviso il vuoto si è fatto materia. Ho affondato la mano in questa densità visiva, mi è sembrata la giusta ricompensa per essermi fidata dell’oscurità senza averne paura. Te lo racconto perché so che ti sarebbe piaciuto, godere per un momento dell’illusione di saltare in questo niente.

Ed è questo il Giappone che ti voglio regalare.

Saluti da Naoshima

Saluti da Amanohashidate

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Mi sono fermata per un attimo sul sentiero e ho deciso di seguire la deviazione che dal bosco porta lungo la spiaggia. Avevo paura che l’ultimo scampolo di luce mi portasse via la visione di questo paesaggio meraviglioso. C’era un signore sulla riva che pescava e si poteva vedere il terminale con una luce rossa intermittente che dalla canna oscillava, quasi a segnare un percorso verso il fondale con un dito. Ti ho pensato e mi sono ricordata dei nostri pomeriggi senza terra all’orizzonte, nel vuoto perfetto che si sente solo quando si è già troppo lontani dalla costa e il silenzio intorno è rotto da piccoli gesti da manuale: armare l’amo con l’esca, sentire scivolare la lenza tra l’indice e il pollice e poi aspettare. Di questo rituale religioso, forse questa era la parte che mi piaceva di più, quando restavamo immobili senza poter fissare nessun punto concreto all’orizzonte perché il cielo si era fatto una cosa sola con il mare e ci sembrava un miracolo poter godere di questa visione. Qui fa un po’ freddo, sento l’aria della pioggia arrivare, come quella che fa abboccare all’amo i pesci pettine, i pesci piatti, color di rosa. Stavo pensando che Amanohashidate conserva un poco questo silenzio e la calma dei nostri pomeriggi d’estate, ci sono dei cormorani che svolazzano indisturbati sulle coste erbose e una fotografia in controluce di un paesino sonnecchiante che viene interrotta solo dal battello che fa la spola da un lato all’altro della spiaggia. Mi sono ammalata, ma sono felice comunque e credo che questo posto ti piacerebbe molto, se solo potessi venire qui per un momento a sederti con me.

Quando torno a casa, ti porto a pescare.

Saluti da Amanohashidate

Saluti da Kyoto

Saluti da Kyoto

Stavo percorrendo una stradina nascosta del centro di Kyoto e credo che tu mi potrai capire se ti dico che c’era una luce che definirei commovente. Ti ricordi quando mi hai portato a fare una passeggiata in quel piccolo borgo nascosto tra le colline? Non mi ricordo il nome. Fatto sta che mi hai raccontato che di là ci passavi a cavallo e quando era possibile lo accompagnavi con una camminata in salita, per evitargli la fatica. Non so perché, ma l’immagine di quelle piccole case addossate e perfette mi gira ancora nella testa. Ecco, credo ci fosse la stessa luce che abbiamo visto quel giorno. Non saprei dirti come ci sia capitata, una deviazione per sbaglio e mi sono ritrovata da sola a camminare, tra queste geometrie di ombre che tagliavano la strada ad ogni passo. Poi, all’improvviso, il silenzio irreale che mi accompagnava è stato interrotto da un rumore regolare. Piccoli passi sulla pietra che suonavano una canzone conosciuta. Ho svoltato l’angolo e le ho viste, queste tre donnine, di spalle, appoggiate una all’altra, per accompagnare la faticosa camminata ed evitare di inciampare. Si sono fermate al bivio della strada e si sono guardate intorno. Cercavano di farsi una foto e io nel frattempo le ho raggiunte con il mio passo goffo e mi sono offerta di aiutarle. In cambio loro hanno posato per me. Qui le chiamano maiko ma poi ho scoperto che erano delle semplici turiste, vestite a festa per l’occasione. Magari era la loro prima volta in questo posto, come lo è stata per me quella passeggiata nel borgo. A me interessa l’intenzione, magari anche loro, come me, si divertono per un po’ a sentirsi parte di un posto al quale non appartengono. Ti regalo i loro sguardi e ti bacio.

Saluti da Kyoto