Io viaggio da sola

Sono seduta insieme a Tate sul lato destro del treno perché, come ci siamo dette prima che le porte si aprissero in un chiasso di stantuffi e metallo stridente, all’andata è quello destro il lato che conta, affacciato com’è dalla parte del mare.

Dopo pochi minuti, Barcellona sembra già lontana.

I profili di case, che spuntano lungo la periferia incorniciata dai tralicci, mi ricordano più i paesi del sud, di calce bianca e grandi vuoti invernali, invece che le facciate dell’antico quartiere di pescatori, affollate da frenetiche passeggiate di turisti a caccia di foto con panorama. Nascondo dietro agli occhiali da sole una stanchezza che non appartiene né al passato già remoto di levatacce e giorni interminabili di routine, né a quello più recente del cammino fatto zaino in spalla. Lo spazio della vita adulta – del presente sempre precario – anche quello oggi si allontana: è il patto, la tregua, la fuga, forse l’illusione, tipici di chi parte e aspetta il suo arrivo altrove.

Tate, museo Pau Casals.
Tate, museo Pau Casals.

Ieri notte, con l’insonnia ritornata come un rigurgito involontario e doloroso, ho scritto sul mio quaderno una frase, trovata nel libro Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig: “Sono insieme contento e triste di essere qui. A volte è quasi meglio viaggiare che arrivare”. Cerco il taccuino dove l’ho segnata, ma non la trovo. Vorrei mostrarla a Tate e chiederle cosa ne pensa ma rimando la conversazione, mentre il mare appare e scompare, come un’immagine interrotta da qualche fotogramma bruciato in una pellicola. Lei mi guarda con gli occhi che le si fanno piccoli, stuzzicati dal sole che entra con un taglio deciso e perpendicolare, offuscandole a volte la vista. Ieri mi ha chiamato proponendomi una gita che “vedrai, ti farà bene” e ho assentito senza pensarci troppo, scostando con un piede lo zaino che dopo il ritorno ancora latita sotto il piccolo letto del mio nuovo appartamento. Quando dopo qualche ora ho visto la sua figura stagliarsi in controluce sulla vetrata affacciata sul mare, le ho dato ragione: alle mie spalle, lungo il corridoio della sua casa museo, si infiltrava con un ritmo perfetto la sinfonia suonata per violoncello da Pau Casals. Il resto del tempo lo abbiamo passato sulla spiaggia, cercando di non lasciarci sopraffare dall’abbraccio lungo e invadente delle onde e poi sedute a pranzare, con il tetto del cielo cangiante a ogni giro di vento.

Tate, spiaggia di San Salvador
Tate, spiaggia di San Salvador

Mentre finivo la mia fideuá, d’improvviso mi è ritornato alla memoria un fatto di cronaca di qualche giorno fa: due ragazze argentine erano state trovate uccise in Ecuador mentre viaggiavano da sole. Abbiamo discusso su quanto risultasse fuori luogo definire due ragazze che viaggiano insieme come sole e poi siamo ritornate indietro nel tempo, pensando a tutte le volte che noi da sole siamo partite per davvero. Poi ci ho pensato meglio: mi sono chiesta se fosse nella logica volutamente infranta del legame tra aggettivo e numero – erano sole, erano donne sole anche se in realtà erano due? –  che risiedesse la contraddizione (e l’indignazione collettiva) o se invece non fosse il caso di andare direttamente alla radice della questione che si proponeva, evidentemente, più come un problema di genere.

E se invece fosse stata una sola ragazza ad apparire in quelle foto segnaletiche? Ci saremmo indignati nello stesso modo o sarebbe stato classificato, con non poca tristezza, come l’ennesimo “femminicidio”? Il problema sta per davvero nel numero o nel fatto che sia dia per scontato che una donna – da sola o in compagnia, poco importa – non possa, non debba permettersi il lusso di godere della stessa libertà che viene assegnata per difetto a un uomo?

Mi sono ritornati alla memoria i momenti – a dir la verità pochi – in cui mentre viaggiavo mi sono sentita in pericolo, esposta e ho riflettuto sulle scelte che ho fatto per evitare situazioni che ritenevo potenzialmente rischiose. Mi sono resa conto che quando ho accettato qualcosa di spiacevole (cambiando strada, distogliendo lo sguardo, ecc.), ho giustificato e perpetrato l’errore nel quale tutti, uomini e donne, continuiamo a cadere e che consiste nel fatto di normalizzare qualcosa che di normale non ha praticamente nulla.

Un errore che produce ancora oggi troppo orrore.

Perché, ad essere onesti, la questione del genere resta un tema irrisolto, risultando come una contraddizione scomoda e imbarazzante che ci dice chiaramente che non siamo ancora libere, non veramente. Sono sempre stata lucida sul fatto che non sia stata trovata, almeno non per il momento, una soluzione a questa disuguaglianza latente, subdola, truccata di emancipazioni più fittizie che reali.

Io, in viaggio
Io, in viaggio

Ho ripensato all’espressione mista a sorpresa e sgomento che, prima della mia partenza, ho dovuto subire ogni volta che affermavo che sì, questo viaggio lo facevo da sola e che per questa scelta non avrei dovuto sentirmi né coraggiosa – come spesso mi definivano guardandomi con uno sguardo ammirato – né speciale.

Compiacermi del fatto che partissi da sola sarebbe equivalso a considerare la mia scelta come qualcosa di straordinario quando invece sarebbe dovuta risultare agli occhi di tutti come normale, senza distinzioni di circostanze. Io, davanti a queste manifestazioni di perplessità, non ho comunque mai fatto una piega: mi sono limitata a sorridere e a ribadire la mia solitudine cercata, desiderata. Confesso che il sorriso si estendeva con maggiore enfasi quando a guardarmi sbigottite erano le donne – quelle che per la società, che lo vogliano o no, continueranno a essere definite sole anche quando oggettivamente non lo sono –  invece degli uomini.

La discriminazione parte da quei sorrisi di stupore, si genera e si rigenera attraverso la paura – legittima ma non per questo auspicabile – di essere aggredite, stuprate, uccise per il solo fatto di essere donne.

Mentre tornavamo a casa, un cambio repentino della temperatura ha fatto traballare i nostri umori. Il mare ci stava mandando via con grossi sospiri impazienti. Sul treno ci siamo sedute sul lato sinistro, ma questa volta del mare non c’era nemmeno l’ombra. Ci restavano gli scampoli di qualche luce che appariva come un debole segnale in assenza di orizzonte. Il tepore del vagone ci cullava comunque in un dormiveglia ristoratore. La notte si stava mangiando le nostre visioni sognanti, da viaggiatrici in cammino, esseri umani orgogliosamente soli.

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