Ripartire

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L’ultimo biglietto d’aereo era rimasto casualmente incastrato dietro a una carta con il tre di cuori che porto da anni nel portafoglio. Me l’aveva regalata un prestigiatore a Barcellona, una sera di vermut in piazza, mentre giocavo a indovinare cosa avrebbe tirato fuori dal mazzo. La cosa che mi affascina dei maghi è la loro espressione giusto un attimo prima del colpo di scena. Hanno negli occhi uno spirito compiaciuto e vivono solo per quel momento in cui saranno capaci di rompere anche le reticenze del pubblico più scettico. La carta che conservo ha la capacità di regalarmi momenti di stupore retroattivo: ogni volta che voglio ricordarmi di qualcosa, nascondo i resti di un evento nella solita tasca, dove rimane incastrato il ricordo di una prova venuta bene.

Mi piace pulire bene la mia borsa alla fine di un viaggio, mi ricorda la sensazione di sollievo che provo dopo una doccia calda, meritata ricompensa che lava via di dosso le lunghe ore di cammino. Di ritorno, nel fondo del sacco ci restano solo le cose essenziali prima che tutto, dopo poche ore, ritorni nel caos di fortuiti incontri e cose da ricordare. Ho guardato il biglietto ripiegarsi su se stesso in una lenta eutanasia tra le fiamme del camino di casa mia, l’unico posto dove possa tornare senza avere la necessità di un passaggio, un divano o un piatto caldo di emergenza. Quando l’ultimo lembo si è ridotto a un cumulo di cenere nera ho pensato che non riuscivo a immaginare una fine da dare a questa storia.

Pochi istanti prima di lasciare il pavimento dell’aeroporto di Bangkok – dove tutti poltrivano con gli sguardi persi verso altre direzioni – ho pensato alla parola “ritorno” e mi ricordo di aver immaginato immediatamente a qualcosa di molto più simile a una “partenza”, come se quel cerchio non potesse chiudersi insieme al portellone dell’aereo, incastrato tra i sedili della classe economy, tra schermi illuminati e hostess in movimento. Perché più che ritornare, sento solo l’impulso di ripartire per andare da qualche parte, a rifugiarmi in un abbraccio stretto che sa di casa, in una storia complicata e sospesa che sembra già passato, verso un futuro che non esiste e che prima poi dovrò obliterare, al passo veloce di un’altra chiamata d’imbarco. Ho ammucchiato i resti della mia prima lunga giornata sotto il camino e ho aspettato che le ultime braci si spegnessero. Sono rimasta a godere del tepore superstite, come la valigia che resta mezza aperta nella mia stanza di bambina, come la testa che ho messo a posto, in un posto che gli altri fanno fatica a trovare nelle mappe e il cuore più pesante di cose importanti da trattenere.

E mi son detta con il cuore in gola “si riparte” perché in fondo si riparte.

Si riparte sempre.

 

 

 

 

ວັນອາທິດ

brindisi villaggio

Agita il microfono tra le mani e mi fa un cenno perché vuole che mi avvicini. Nel giro di pochi secondi ci ritroviamo seduti in un piccolo cortile, circondato da case e baracche, utensili per lavorare la terra ed amache che si muovono pigre accompagnate dal vento. Ci siamo inoltrati tra le stradine del villaggio seguendo la musica che allungava le braccia fino al ponte di bambù. Da lì, Luang Prabang riesce soltanto ad accennare la sua bellezza perché resta nascosta, protetta dalla sponda del fiume dove ogni tanto compare un pescatore a tirare su le reti. Bastano pochi metri per dimenticare le strade pavimentate, le deliziose ville in stile coloniale, i templi pullulanti di tuniche arancioni stese al sole e le stoviglie riposte al vento. Basta svoltare a sinistra, lasciandosi il fiume alle spalle, affinché la vita ricominci, con un’altra versione dei fatti. Mi prende la mano e sfodera una risata costellata di denti bianchissimi e buoni propositi per la domenica di meritato riposo. Con il braccio destro culla un bambino che dorme beato, nonostante la musica che, altissima, fa vibrare la piccola cassa riposta su una sedia di plastica. Lo avvolge con tutta la sicurezza del suo corpo massiccio mentre con il braccio sinistro muove al ritmo della canzone il bicchiere di birra, facendo tintinnare il ghiaccio a ogni colpo di brindisi. Ci sono altre donne con noi, tutte sono disposte in cerchio per celebrare questa piccola festa pomeridiana che ha in programma un karaoke, qualche nocciolina sparsa sul tavolo, delle fave in baccelli dal sapore acido e aspro e un residuo di bottiglie che riposano ormai vuote sul terreno. Se solo potessimo raccontarci a questa gente, penso, mentre le sento chiacchierare tra loro, interrotte solo dallo scoppio di qualche risata. Le guardiamo e alleniamo le nostre guance per sfoderare grandi sorrisi. In fondo, mi dico, è l’unica sintassi che possiamo permetterci: dei movimenti con la mano, un gesto fraterno sollevando un bicchiere che ci è stato appena offerto, qualche parola imparata negli ultimi giorni che ripetiamo come bambini alle prime armi in una tremenda corsa ad ostacoli tra svariati suoni gutturali. Non ci arrendiamo facilmente, l’adrenalina della festa ci coinvolge in un via vai di canzoni dal lontano sapore orientale e sembra così facile cominciare a inscenare una danza, con un valzer sgangherato, schivando sgabelli e bambini timidi che ci scrutano come se fossimo strani individui, venuti da chissà dove. Dalla strada gruppi di gente arrivano alla spicciolata, si affacciano, sghignazzano per le nostre performance canore, qualcuno ritorna a casa, altri ordinano una birra o da mangiare al baracchino vicino. Siamo inebriati dall’alcol che ci viene offerto senza sosta, ma sembra troppo difficile rifiutare. Il gioco consiste in questo: un cubetto di ghiaccio glissa veloce fino al fondo della tazza e non si fa in tempo a dire “no, grazie” che si è già con il bicchiere in mano per il brindisi di routine. Mi guarda con gli occhi lucidi, mi piacerebbe pensare che si tratti di gioia, magari l’occasione per festeggiare un successo, un colpo di fortuna, ma l’euforia monta ad ogni bottiglia stappata, sempre più veloce. L’alcol fa la sua parte e la musica è sempre presente. A turno, qualcuno prende in mano il microfono e comincia il canto. Si dedicano interamente alla prestazione, senza tradire per un momento la stanchezza che disegna sulla fronte contratta un paio di rughe traditrici. La melodia, a volte dolce, a volte drammatica, diventa spettacolo non appena le mani, le braccia, i corpi, cominciano ad ondeggiare, come rapiti da una sorte di estasi. Sul fondo, come un pannello dipinto per la scenografia di un teatro, un uomo si muove indifferente, scavando con la pala il terreno. Ogni tanto una delle donne si rivolge a lui, proponendo una bevuta fugace o per intonare una delle tante canzoni che ruotano e si ripetono sulla lista. Lui le guarda, senza avere la minima intenzione di stare al gioco. Sorride timidamente e poi si rimette a lavoro, come se il mondo, proprio a pochi metri dal suo corpo, non stesse cambiando, sconquassato dall’euforia dei festeggiamenti che sembrano voler durare fino all’alba. È il loro giorno di festa, ne sono sicura. Il momento del riposo dopo una settimana passata ad occuparsi della famiglia, del lavoro e dei grattacapi della vita quotidiana. Queste donne laotiane dalla tempra forte, abituate a sopportare i carichi, anche quelli più pesanti, che si muovono come api operaie, costruendo con pazienza – e forse un po’ di disillusione – una società matriarcale. Ho osservato molte di loro durante questi giorni e ne ho conosciuta solo qualcuna. Hanno tutte la stessa luce nello sguardo, bellissime e combattive. Ce ne andiamo che il sole sta già tramontando. Un ultimo abbraccio chiude il cerchio. Mentre le salutiamo da lontano, la musica resta nell’aria come un curioso promemoria. La festa finirà forse solo a notte inoltrata.

Fino ad allora, c’è ancora tempo per un altro giro di valzer.