Saluti da Hsipaw

hsypaw babyM. ha strappato una foglia lungo il cammino e si è avvicinato a pochi centimetri dal mio naso spezzandola in due con delicatezza, poi ha soffiato nel piccolo interstizio e una serie di bolle si è liberata nell’aria, proprio come succedeva a me a tua madre quando eravamo piccole e imbrattarci le mani di sapone era una tra le occupazioni più eccitanti della giornata. Se fossi stato qui con me, avresti spalancato gli occhi e avresti sfoggiato uno di quei sorrisi deliziosi che solo tu sai disegnare sul tuo viso. Impaziente come sei, di sicuro mi avresti pregato con un gesto brusco della manina di ripetere l’esperimento e io ti avrei messo la foglia dritto davanti agli occhi e ti avrei chiesto di provarci da solo perché sarebbe stato molto più bello riuscirci senza l’aiuto di qualcun altro.Ci siamo persi in uno dei tanti villaggi che si nascondono dietro le spalle curve e nerborute delle montagne, qui a nord. Per strada ho incontrato molti bambini come te, si fermavano aggrappati alla staccionata delle case e ci sorridevano entusiasti, mentre alle loro spalle le mamme li guardavano attente e intimorite da quelle facce nuove che arrivavano, dispensando mingalaba – così si dice ciao da queste parti – ai loro figli.  Ho visto poi i ragazzini più grandi che al suono della campana entravano diligenti a scuola, sudati dalle corse tra immensi campi e tappeti di the lasciato essiccare al sole. Li ho sentiti da lontano intonare lunghe e continue cantilene, ripetute per imparare la lezione. Così, mi sono ricordata del tuo primo giorno di scuola, quando sei arrivato con la faccia stupita per tutte quelle cose nuove che ti toccava affrontare. Non hai fatto una piega: ti sei seduto tranquillo ad osservare i tuoi nuovi compagni che supplicavano di tornare a casa con le loro madri. Ti ho immaginato contento e ho sperato che anche tutti bambini che ho incontrato lo fossero. Ho sperato che, proprio come succede a te, anche per loro l’educazione dventasse un diritto inalienabile e sacrosanto. Ogni tanto da queste parti pare sia difficile diventare grandi e vorrei che tu leggessi quello che ti scrivo ogni volta che ti sembrerà insopportabile startene seduto a imparare qualcosa di nuovo.Venire fin qui mi è costato un viaggio furioso di curve poco clementi e finestrini congelati dall’aria pompata a tutta forza per non far surriscaldare il motore del bus. Sono arrivata all’alba che tutti ancora dormivano. Lungo il percorso di notte i paesi erano in festa perché la luna si era fatta gigante nel cielo e salutava il pubblico con la sua luce inconsueta. In uno di questi, ho visto una bambina che cantava in piedi su un camion mentre il resto della gente la seguiva felice con gli occhi, battendo le mani al ritmo della canzone intonata. Era vestita come una di quelle principesse che ti fanno scoppiare in gridolini di gioia e mi è sembrata molto bella, ti sarebbe stata simpatica.È da molte settimane che cammino, tu questo forse lo intuisci ogni volta che i grandi ti chiedono di salutarmi da un inutile schermo che a te serve solo per giocare. Mi guardi con la coda dell’occhio mentre scali il camino per afferrare il ninnolo lasciato in esposizione dalla nonna e poi alla fine con un sospiro di sconfitta ti avvicini e se sei particolarmente ispirato mi mandi un bacio volante con la mano, per poi scappare via come una scheggia.Io non ci resto male, questo volevo dirtelo, perché ci penso su e mi ricordo che siamo cresciuti insieme così, facendo della distanza normalità. Quando sei nato, c’erano duemila chilometri tra me e te. Mi ricordo che avevi solo venti minuti e io me ne restavo chiusa nel bagno dell’ufficio a sciogliermi in un pianto privato per pochi pixel mandati dal nonno. Avevi la testa schiacciata e la guancia affossata nel cuscino, ma sembravi comunque sereno e bellissimo. Ho dovuto aspettare venti lunghissimi giorni prima di tenerti stretto e sentirmi la persona più fragile del mondo.Ho le scarpe che hanno la forma delle fosse e che restano sospese a mezz’aria a prender vento su immensi panorami che un giorno mi piacerebbe tu potessi ammirare con la stessa emozione che sto provando in questo momento. Mentre sono stesa sul letto e le onde bussano alla porta della mia stanza per entrare, ti scrivo questa cartolina. Vorrei che tu la conservassi per leggerla quando sarai pronto. Prendi tutto il tempo che vuoi perché so già che ne avrai a sufficienza e che per un bel po’ sarai occupato a crescere, pensando di essere troppo impegnato per stare dietro alle mie parole. Io voglio regalarti questo istante del mio viaggio, è un dono molto piccolo che sto cercando di vivere con umiltà, una di quelle cose che noi grandi usiamo, se siamo abbastanza fortunati per capirlo, quando ci avviciniamo a certi fatti della vita per la prima volta.Mi sono chiesta molte volte cosa possa insegnarti, mentre cresci troppo in fretta e prendi le tue piccole decisioni ogni giorno. Così ho deciso che al mio ritorno ti regalerò queste scarpe di gomma malandate. Hanno tante piccole cicatrici piene di polvere, fango e la suola corrosa dall’acqua, i salti, le arrampicate. Sono di tela blu, un quarantuno, e le ho pagate quattro soldi. Ci potrai mettere i piedi dentro quando sarai sufficientemente grande per starci comodo e, malgrado le vesciche, andare, senza paura.

Nel frattempo, ti mando un bacio da questo posto lontano che si chiama Hsipaw.

Con amore,

 

 

 

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