Geografie umane

motore hpaan

Il corpo di S. è un fascio di nervi e muscoli che si riflettono al sole delle prime ore del pomeriggio. Lo vedo fermarsi perplesso davanti al motore in panne e poi, senza pensarci troppo su, riannodare il suo longyi con un gesto rapido e naturale della mano, passando il resto della stoffa tra le gambe. Dopo vari tentativi falliti, ha deciso di accostare la barca lungo la riva per controllare cosa c’è che non va con l’elica che stenta a girare, trasformando il viaggio in una lenta tosse faticosa. Quando siamo partiti in direzione Mawlamyine mi ha chiesto come mi chiamavo, mentre teneva la mano sul timone e guardava all’orizzonte, elargendo senza avarizia grandi sorrisi. Mi sono detta invece che io non avrei mai potuto indovinare la sua età. Vedendolo così, avrei potuto scommettere che avesse trent’anni oppure cinquanta perché ogni cosa nel suo corpo suggeriva esperienza, la saggezza del passo del tempo. Quando siamo ripartiti mi ha confessato di averne quarantatré, mi parlava con aria soddisfatta senza perdere d’occhio il gruppo sparuto di case che cominciava a profilarsi all’orizzonte. Io sono rimasta a osservare i panorami spettacolari sfuggirmi di mano a ogni metro percorso: piccole case di bambù, pescatori in elegante equilibrio su lance di legno e rete alla mano, bambini in braccio alle madri che al nostro passaggio detonavano in saluti da lontano, con le loro manine vibranti ed entusiaste. Suppongo che ogni giorno, alla stessa ora, lo spettacolo di piccole imbarcazioni di strani individui bianchi muniti di macchinetta fotografica e occhiali da sole sfili davanti ai loro occhi e che ogni giorno, alla stessa ora, la loro routine si arresti per quella pausa di benvenuto e commiato, troppo breve per essere assimilata in qualcosa di diverso.  Mi domando cosa penseranno di noi, di questa piccola grande novità che lentamente si sta massificando con l’apertura delle frontiere. L’altro giorno, mentre gironzolavo per le stradine di Hpa-an, mi sono fermata per mangiare un boccone in uno dei tanti tavolini dove campeggiano padelle fumanti, riso bianco in quantità industriali e piccoli pezzi di carne, accompagnati da verdure e spezie piccantissime, il tutto servito in minuscole porzioni. Alcune categorie di cibo, come appunto la carne, in Birmania sono vendute in quantità limitate e sinceramente non faccio fatica a capirne il motivo. Giusto la sera prima infatti avevo avuto occasione di leggere nelle Lettere dalla mia Birmania di Aung San Suu Kyi questo passo:

“L’inflazione è il peggior nemico delle casalinghe birmane, costrette, per coprire le quotidiane necessità delle loro famiglie, a stiracchiare salari sempre più esigui. La visita al mercato è diventata una difficile corsa a ostacoli in cui la massaia deve destreggiarsi circospetta tra picchi di prezzi impossibili e trabocchetti di merci di quart’ordine. (…) Con il costo della carne salito alle stelle, il riso saltato della prima colazione è ormai condito per lo più con verdure, ma neppure queste a volontà. Il prezzo della verdura è salito ancora di più, in proporzione, di quello della carne”.

Mentre mandavo giù il mio primo boccone, osservavo l’espressione incuriosita delle donne sedute al tavolo con me e me le immaginavo intente a fare i conti con una lista della spesa sempre più corta e complicata. Ho cercato di scambiare con loro qualche parola ma sono ancora ferma al “grazie mille”, “prego”, “buongiorno” e al massimo a un’espressione grata del viso che supplica un contatto umano che vada oltre le apparenze. Viaggiare ed essere catapultati in un mondo completamente diverso rispetto a quello di provenienza è un atto d’amore che richiede pazienza e comprensione. Non sarà improbabile scontrarsi con sguardi silenziosi e impauriti, circospetti e poco amichevoli, ma sarà altrettanto facile imbattersi in visi aperti, denti scoperti e mani e braccia offerte per aiutare o stringersi in un abbraccio fraterno.

cucitrici

Di fronte alla bancarella dove ero seduta, un gruppo di ragazzine era intento a cucire, accompagnato da una musica pop. Muovevano tutte la testa al ritmo della canzone e sembravano estremamente concentrate sul loro lavoro. Mi sono avvicinata per salutarle e mi hanno accolto con le loro risate argentine e una timidezza deliziosa. Ho chiesto se potevo scattare una foto e alcune si sono ritratte, perplesse, mentre altre mi hanno incoraggiato con un sguardo sicuro. Dopo averle ringraziate a mani giunte, una di loro mi ha chiamato, chiedendomi di fare un altro scatto. Era così felice che ora che sono di nuovo in viaggio mi fermo a riguardare quell’espressione che spunta accanto al mio viso abbronzato e intimidito da tanto entusiasmo.Stiamo per arrivare a Mawlamyine, sono sparite le ultime case di pescatori lungo le sponde del fiume, da lontano appare la cittadina, con i suoi piccoli moli che si affacciano di fronte alle barche in arrivo. Da lontano, si vede la sagoma in controluce di qualcuno in attesa e penso di nuovo e più forte alla geografia di luoghi e persone che stanno lentamente cambiando questo andare.

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