Pyin oo Lwin, solo andata

sguardi treno

Hanno disposto tutti i loro sacchi sulle rotaie e si sono seduti in direzione nord, volgendo lo sguardo verso la linea piatta e rovente che aspetta di essere interrotta dall’arrivo del treno. Sulla banchina i venditori muovono pigramente dei grandi ventagli per sopravvivere alla calura del mattino e scacciare via le mosche che si aggirano fameliche intorno alla frutta. Ho comprato un biglietto di seconda classe che costa il prezzo di un piatto di riso, accompagnato da piccole scodelle piene di verdura e curry, così come vuole la tradizione birmana. Ci ho fatto l’abitudine ai prezzi sproporzionati proposti sui listini, così che mi sembra normale pagare il costo di un pranzo per un viaggio di sette ore e spendere dieci volte di più per una notte in un ostello infestato dalle pulci. All’arrivo del treno, la massa si è disposta armonica sulla linea corrispondente a ogni singolo ingresso e mi è sembrato strano cadere in un paradossale dejà vu. Per un momento, mi è ritornato alla mente il primo giorno in Giappone quando, spaesata, aspettavo diligente in fila la fine delle pulizie prima di entrare in un immacolato e modernissimo vagone. Un’emozione fugace, una petite madeleine che si è dissolta nel giro di pochi secondi nel brodo caldo di un’umanità in fermento, occupata a disporsi con i suoi cestini e pollame sui duri sedili di legno, pronta per cominciare il viaggio. Prima di partire, alcuni venditori si avvicinano ai finestrini, passando la mercanzia alle mani che agitano qualche kyat in cambio di un pezzo di frutta o un dolcetto ricoperto di cocco. Queste donne, avvolte nelle loro gonne colorate, si muovono elegantemente in equilibrio con i loro piatti affollati di merce di ogni tipo. Una danza che dura il tempo di pochi secondi, prima che un grido interrompa le trattive e il treno cominci a muoversi sulle rotaie. Mi sono accomodata sulla panchina di legno che reca scritto il numero assegnato sul biglietto, non sembra una coincidenza che di fronte a me sia seduta un’altra viaggiatrice, una ragazza ceca che viaggia in solitaria e che conta con dispiacere i pochi giorni che le sono rimasti a disposizione prima di lasciare definitivamente il paese. Ha l’acqua marina negli occhi, dei sottili capelli biondi che si interrompono con un taglio netto giusto prima di cadere sulle spalle e un sorriso rassicurante, accompagnato da una parlantina che mi terrà occupata per buona parte del viaggio. Siamo le uniche straniere ad aver scelto la seconda classe, gli altri restano seduti giusto a lato, sui loro sedili foderati con una materiale di seconda mano che dovrebbe giustificare il costo maggiorato del biglietto. Ci godiamo il panorama serene, mentre il vagone vibra ad ogni metro percorso, provocando un’esilarante danza, interrotta sola dalle brevi fermate lungo il percorso.Mi sono alzata per osservare il paesaggio dall’entrata laterale, sempre aperta al vento, alle case dei contadini e al cielo che cade denso e azzurrissimo sul dorso rovente, fatto di ruggine e metallo. Sono rimasta ipnotizzata a godere di quell’andare lento e rilassato, un passo tranquillo, di macchina che si fa uomo. Un marchingegno perfetto e sgangherato che lascia il tempo al viaggiatore di un saluto allo sguardo emozionato dei bambini che agitano le loro manine, fermi sul limitare delle porte di casa.

sguardo treno madameQuando arriviamo sull’altissimo ponte, il treno resta paralizzato, in sospeso. Sospira, sbuffa, indugia sull’enorme distesa verde per poi crollare, spettacolare, nel profondo burrone che si apre sotto di noi. L’adrenalina dell’attesa, d’improvviso, si schianta sullo sguardo intenso di una donna che dal finestrino a lato mi osserva. Le nostre paure si fondono nello stesso vuoto e sembra che non ci sia lingua, etnia, colore della pelle che possa dividerci in questo respiro trattenuto che ci lega strette, l’una all’altra. La paura ha lo stesso odore e scivola via nello stesso momento, lenta anche lei, come il treno che ci porta in salvo dall’altro lato della montagna. Quando ritiro la testa dal finestrino, mi rendo conto che nel vagone l’’oscurità si è fatta più scura, più viva. Un bambino resta accovacciato sul ventre della madre, mi guarda, sorride poi esplode contento in uno sbadiglio, il treno singhiozza poi riparte perché il viaggio continui, fino alla prossima fermata.

Saluti da Hsipaw

hsypaw babyM. ha strappato una foglia lungo il cammino e si è avvicinato a pochi centimetri dal mio naso spezzandola in due con delicatezza, poi ha soffiato nel piccolo interstizio e una serie di bolle si è liberata nell’aria, proprio come succedeva a me a tua madre quando eravamo piccole e imbrattarci le mani di sapone era una tra le occupazioni più eccitanti della giornata. Se fossi stato qui con me, avresti spalancato gli occhi e avresti sfoggiato uno di quei sorrisi deliziosi che solo tu sai disegnare sul tuo viso. Impaziente come sei, di sicuro mi avresti pregato con un gesto brusco della manina di ripetere l’esperimento e io ti avrei messo la foglia dritto davanti agli occhi e ti avrei chiesto di provarci da solo perché sarebbe stato molto più bello riuscirci senza l’aiuto di qualcun altro.Ci siamo persi in uno dei tanti villaggi che si nascondono dietro le spalle curve e nerborute delle montagne, qui a nord. Per strada ho incontrato molti bambini come te, si fermavano aggrappati alla staccionata delle case e ci sorridevano entusiasti, mentre alle loro spalle le mamme li guardavano attente e intimorite da quelle facce nuove che arrivavano, dispensando mingalaba – così si dice ciao da queste parti – ai loro figli.  Ho visto poi i ragazzini più grandi che al suono della campana entravano diligenti a scuola, sudati dalle corse tra immensi campi e tappeti di the lasciato essiccare al sole. Li ho sentiti da lontano intonare lunghe e continue cantilene, ripetute per imparare la lezione. Così, mi sono ricordata del tuo primo giorno di scuola, quando sei arrivato con la faccia stupita per tutte quelle cose nuove che ti toccava affrontare. Non hai fatto una piega: ti sei seduto tranquillo ad osservare i tuoi nuovi compagni che supplicavano di tornare a casa con le loro madri. Ti ho immaginato contento e ho sperato che anche tutti bambini che ho incontrato lo fossero. Ho sperato che, proprio come succede a te, anche per loro l’educazione dventasse un diritto inalienabile e sacrosanto. Ogni tanto da queste parti pare sia difficile diventare grandi e vorrei che tu leggessi quello che ti scrivo ogni volta che ti sembrerà insopportabile startene seduto a imparare qualcosa di nuovo.Venire fin qui mi è costato un viaggio furioso di curve poco clementi e finestrini congelati dall’aria pompata a tutta forza per non far surriscaldare il motore del bus. Sono arrivata all’alba che tutti ancora dormivano. Lungo il percorso di notte i paesi erano in festa perché la luna si era fatta gigante nel cielo e salutava il pubblico con la sua luce inconsueta. In uno di questi, ho visto una bambina che cantava in piedi su un camion mentre il resto della gente la seguiva felice con gli occhi, battendo le mani al ritmo della canzone intonata. Era vestita come una di quelle principesse che ti fanno scoppiare in gridolini di gioia e mi è sembrata molto bella, ti sarebbe stata simpatica.È da molte settimane che cammino, tu questo forse lo intuisci ogni volta che i grandi ti chiedono di salutarmi da un inutile schermo che a te serve solo per giocare. Mi guardi con la coda dell’occhio mentre scali il camino per afferrare il ninnolo lasciato in esposizione dalla nonna e poi alla fine con un sospiro di sconfitta ti avvicini e se sei particolarmente ispirato mi mandi un bacio volante con la mano, per poi scappare via come una scheggia.Io non ci resto male, questo volevo dirtelo, perché ci penso su e mi ricordo che siamo cresciuti insieme così, facendo della distanza normalità. Quando sei nato, c’erano duemila chilometri tra me e te. Mi ricordo che avevi solo venti minuti e io me ne restavo chiusa nel bagno dell’ufficio a sciogliermi in un pianto privato per pochi pixel mandati dal nonno. Avevi la testa schiacciata e la guancia affossata nel cuscino, ma sembravi comunque sereno e bellissimo. Ho dovuto aspettare venti lunghissimi giorni prima di tenerti stretto e sentirmi la persona più fragile del mondo.Ho le scarpe che hanno la forma delle fosse e che restano sospese a mezz’aria a prender vento su immensi panorami che un giorno mi piacerebbe tu potessi ammirare con la stessa emozione che sto provando in questo momento. Mentre sono stesa sul letto e le onde bussano alla porta della mia stanza per entrare, ti scrivo questa cartolina. Vorrei che tu la conservassi per leggerla quando sarai pronto. Prendi tutto il tempo che vuoi perché so già che ne avrai a sufficienza e che per un bel po’ sarai occupato a crescere, pensando di essere troppo impegnato per stare dietro alle mie parole. Io voglio regalarti questo istante del mio viaggio, è un dono molto piccolo che sto cercando di vivere con umiltà, una di quelle cose che noi grandi usiamo, se siamo abbastanza fortunati per capirlo, quando ci avviciniamo a certi fatti della vita per la prima volta.Mi sono chiesta molte volte cosa possa insegnarti, mentre cresci troppo in fretta e prendi le tue piccole decisioni ogni giorno. Così ho deciso che al mio ritorno ti regalerò queste scarpe di gomma malandate. Hanno tante piccole cicatrici piene di polvere, fango e la suola corrosa dall’acqua, i salti, le arrampicate. Sono di tela blu, un quarantuno, e le ho pagate quattro soldi. Ci potrai mettere i piedi dentro quando sarai sufficientemente grande per starci comodo e, malgrado le vesciche, andare, senza paura.

Nel frattempo, ti mando un bacio da questo posto lontano che si chiama Hsipaw.

Con amore,

 

 

 

Tazaungdaing

candeleApre un sipario di denti imbrattati di betel e sbatte le lunghe ciglia che luccicano al riflesso dei fari del palco. Lui è di sicuro pronto per lo scatto. Non ho idea di come si chiami ma è felice e dispensa un’ammirazione imbarazzante, pronto per scattare una foto. È arrivato sventolando il suo smartphone come una bandiera, in segno di conquista, e si è messo in posa per portare a casa il suo piccolo ricordo con la straniera. Siamo nel bel mezzo di una marea umana che si muova estatica, disinibita dai fumi dell’alcol. La festa si gonfia di luci e odori estranei proprio dietro le nostre spalle. L’amalgama di gente venuta dai villaggi vicini si riversa sullo spiazzale dove il prossimo gruppo sta preparando la grande lanterna che si libererà nel cielo. Li guardo dimenarsi con i loro longyi spiegazzati dal trambusto delle gambe danzanti e mi solletica un’emozione diversa, la stessa che ho provato la prima volta che ho letto la storia di questo Paese. Mi dico  – e lo penso – che quest’anno ad accogliere la luna piena c’è una felicità incomparabile che non si provava da tempo. Ai sorrisi offerti senza timore si aggiungono le strette di mano, le sigarette in omaggio, un bicchiere di birra levato al cielo per l’ennesimo brindisi. Ci guardano, stupefatti ed entusiasti, perché siamo lo specchio dietro al quale si sono nascosti per tanti, troppi anni. Siamo il passo che si fa lungo e veloce sulla frontiera finalmente spalancata, la gioia di un cambio spaventoso e straordinario, qualcosa di nuovo che non è stato ancora toccato e che pure pare troppo prezioso per essere sprecato questa volta. A Taunggyi la ruota panoramica si muove con la forza delle braccia dell’uomo per un giro che riporterà tutti a terra nel tempo fugace di alcune grida. Dei bracieri girano per servire la carne preparata per l’occasione, birra e whisky sono venduti ai baracchini lungo le strade mentre gruppi riuniti intorno all’enorme lanterna di carta sperano di liberare le loro voci in un canto di vittoria per il volo spettacolare nel cielo. Mi avvicino timorosa alla grande coda decorata con piccole candele, tutt’intorno uomini, donne e bambini reggono come una reliquia quell’intricato intreccio di corde e stoppini. La cerimonia dell’accensione dura il tempo di un battito di ciglia: d’improvviso una processione suntuosa di luci si srotola davanti ai nostri occhi. È un’equazione pericolosa e spettacolare quel passo cauto che accompagna l’equilibrio del rituale. Il fuoco si libera violento all’interno di un sottile foglio che si apre in una spettacolare visione davanti al pubblico. Ed ecco che la forma cambia e prende vita sotto la potenza dell’aria calda, mettendo in piedi, come un soldatino diligente, la lanterna. Le fiammelle tremano al tocco del vento e dei canti, restano sospese sulle mani che religiosamente si prodigano per non farle cadere. Le urla si affastellano in un gioco ritmato di incitazioni. C’è un intervallo di pochi secondi prima che la meraviglia esploda in un applauso e si chiuda con le danze che celebrano il gioco riuscito. Dall’alto, la carta tesa al vento mostra tutti i suoi colori, un cielo nero così non si era mai visto prima. La luna fa capolino tra i fuochi artificiali che sfavillano nell’aria e sulle teste in contemplazione così che il giubilo si confonde con il terrore e l’adrenalina.

Vale la pena rischiare. Rischiare di essere colpiti dai resti del fuoco, dallo scoppio improvviso di un petardo che come goccia si precipita sugli sguardi attenti, rischiare di restare uccisi, per troppa bellezza e voglia di libertà.

Il Festival delle luci, noto anche con il nome di Tazaungdaing, celebra il giorno di luna piena di Tazaungmon (l’ottavo mese del calendario birmano) ed è considerato festa nazionale in Birmania, segnando anche la fine della stagione delle piogge. Per l’occasione, diverse enormi lanterne vengono liberate nell’aria, in uno spettacolare gioco di luci e colori. Il festival nel corso degli anni ha contato diversi incidenti, includendo morti e feriti, a causa della caduta improvvisa di alcune lanterne e del loro conseguente incendio o per lo scoppio di alcuni petardi che, liberandosi nell’aria nel momento dell’ascensione, possono colpire come schegge impazzite gli spettatori presenti all’evento.

Geografie umane

motore hpaan

Il corpo di S. è un fascio di nervi e muscoli che si riflettono al sole delle prime ore del pomeriggio. Lo vedo fermarsi perplesso davanti al motore in panne e poi, senza pensarci troppo su, riannodare il suo longyi con un gesto rapido e naturale della mano, passando il resto della stoffa tra le gambe. Dopo vari tentativi falliti, ha deciso di accostare la barca lungo la riva per controllare cosa c’è che non va con l’elica che stenta a girare, trasformando il viaggio in una lenta tosse faticosa. Quando siamo partiti in direzione Mawlamyine mi ha chiesto come mi chiamavo, mentre teneva la mano sul timone e guardava all’orizzonte, elargendo senza avarizia grandi sorrisi. Mi sono detta invece che io non avrei mai potuto indovinare la sua età. Vedendolo così, avrei potuto scommettere che avesse trent’anni oppure cinquanta perché ogni cosa nel suo corpo suggeriva esperienza, la saggezza del passo del tempo. Quando siamo ripartiti mi ha confessato di averne quarantatré, mi parlava con aria soddisfatta senza perdere d’occhio il gruppo sparuto di case che cominciava a profilarsi all’orizzonte. Io sono rimasta a osservare i panorami spettacolari sfuggirmi di mano a ogni metro percorso: piccole case di bambù, pescatori in elegante equilibrio su lance di legno e rete alla mano, bambini in braccio alle madri che al nostro passaggio detonavano in saluti da lontano, con le loro manine vibranti ed entusiaste. Suppongo che ogni giorno, alla stessa ora, lo spettacolo di piccole imbarcazioni di strani individui bianchi muniti di macchinetta fotografica e occhiali da sole sfili davanti ai loro occhi e che ogni giorno, alla stessa ora, la loro routine si arresti per quella pausa di benvenuto e commiato, troppo breve per essere assimilata in qualcosa di diverso.  Mi domando cosa penseranno di noi, di questa piccola grande novità che lentamente si sta massificando con l’apertura delle frontiere. L’altro giorno, mentre gironzolavo per le stradine di Hpa-an, mi sono fermata per mangiare un boccone in uno dei tanti tavolini dove campeggiano padelle fumanti, riso bianco in quantità industriali e piccoli pezzi di carne, accompagnati da verdure e spezie piccantissime, il tutto servito in minuscole porzioni. Alcune categorie di cibo, come appunto la carne, in Birmania sono vendute in quantità limitate e sinceramente non faccio fatica a capirne il motivo. Giusto la sera prima infatti avevo avuto occasione di leggere nelle Lettere dalla mia Birmania di Aung San Suu Kyi questo passo:

“L’inflazione è il peggior nemico delle casalinghe birmane, costrette, per coprire le quotidiane necessità delle loro famiglie, a stiracchiare salari sempre più esigui. La visita al mercato è diventata una difficile corsa a ostacoli in cui la massaia deve destreggiarsi circospetta tra picchi di prezzi impossibili e trabocchetti di merci di quart’ordine. (…) Con il costo della carne salito alle stelle, il riso saltato della prima colazione è ormai condito per lo più con verdure, ma neppure queste a volontà. Il prezzo della verdura è salito ancora di più, in proporzione, di quello della carne”.

Mentre mandavo giù il mio primo boccone, osservavo l’espressione incuriosita delle donne sedute al tavolo con me e me le immaginavo intente a fare i conti con una lista della spesa sempre più corta e complicata. Ho cercato di scambiare con loro qualche parola ma sono ancora ferma al “grazie mille”, “prego”, “buongiorno” e al massimo a un’espressione grata del viso che supplica un contatto umano che vada oltre le apparenze. Viaggiare ed essere catapultati in un mondo completamente diverso rispetto a quello di provenienza è un atto d’amore che richiede pazienza e comprensione. Non sarà improbabile scontrarsi con sguardi silenziosi e impauriti, circospetti e poco amichevoli, ma sarà altrettanto facile imbattersi in visi aperti, denti scoperti e mani e braccia offerte per aiutare o stringersi in un abbraccio fraterno.

cucitrici

Di fronte alla bancarella dove ero seduta, un gruppo di ragazzine era intento a cucire, accompagnato da una musica pop. Muovevano tutte la testa al ritmo della canzone e sembravano estremamente concentrate sul loro lavoro. Mi sono avvicinata per salutarle e mi hanno accolto con le loro risate argentine e una timidezza deliziosa. Ho chiesto se potevo scattare una foto e alcune si sono ritratte, perplesse, mentre altre mi hanno incoraggiato con un sguardo sicuro. Dopo averle ringraziate a mani giunte, una di loro mi ha chiamato, chiedendomi di fare un altro scatto. Era così felice che ora che sono di nuovo in viaggio mi fermo a riguardare quell’espressione che spunta accanto al mio viso abbronzato e intimidito da tanto entusiasmo.Stiamo per arrivare a Mawlamyine, sono sparite le ultime case di pescatori lungo le sponde del fiume, da lontano appare la cittadina, con i suoi piccoli moli che si affacciano di fronte alle barche in arrivo. Da lontano, si vede la sagoma in controluce di qualcuno in attesa e penso di nuovo e più forte alla geografia di luoghi e persone che stanno lentamente cambiando questo andare.