Saluti da Mae Sot

mae sot

Ho fumato l’ultima sigaretta prima di andare a dormire e sono rimasta sul portico a pensare che non siamo riusciti a parlarci, la linea è saltata all’improvviso. Se avessi potuto, ti avrei raccontato che questo pomeriggio, mentre girovagavo per le vie di Mae Sot, ho visto un gruppo di ragazzini che bighellonava. Uno di loro indossava una maglietta rossa con la scritta “Paris” e mi sono domandata se sapesse cosa fosse successo lo scorso venerdì, ma suppongo che fosse semplicemente una casualità. Credo che fossero birmani e che vivessero in quella parte della città a ridosso della grande strada principale, dove campeggia una sala kitsch per cerimonie e il grande centro commerciale Tesco, dove puoi comprare tutto quello che vuoi se sei disposto a pagarlo tre volte rispetto al prezzo di mercato. Ci sono passata ieri sera, il primo giorno che sono arrivata: intere famiglie spuntavano fuori, illuminate da lampadine di fortuna fissate sulle loro case baracche. Alcuni bambini seduti per terra giocavano con utensili, qualcuno sistemava l’antenna della televisione, altri conversavano mestamente, impegnati a consumare un pasto frugale, protetti dai ferri arrugginiti dei loro cancelli. Ho visto molta povertà e mi sono ricordata della prima volta che ho messo piede in una favela in Brasile, quando ho scoperto quel sentimento di pace che si respira dappertutto quando si è a Casa, poco importa se il tetto è fatto di cemento o lamiera. Mi sono chiesta come vive un birmano in Tailandia e forse è per questo che mi sono presa una pausa dal viaggio in questo territorio di frontiera. Immagino che non ti suonerà per niente strano, ma mi sento più a mio agio in questo posto, lontana dai festini preparati ad hoc per i turisti, dai tuc tuc con la tariffa per vacanzieri, dai ristoranti con i menù in inglese. Sono arrivata due giorni fa con l’intenzione di fermarmi una notte e invece sono rimasta impantanata nell’umanità meticcia di questa città, a osservarla da lontano e in solitudine. Qui si respira un’aria da porto di mare dove si incrociano razze, culture e religioni diverse, i clacson suonano maliziosamente al passaggio e i finestrini delle auto restano impermeabili alla vista. Qualcuno mi aveva detto di rinunciarci, perché da questo lato della cartina avrei trovato pochi lustrini e troppi problemi. Ma poi ho pensato a quello che mi ha detto un viaggiatore stagionato qualche giorno fa, che la paura non porta mai a niente di buono, e mi sono convinta senza troppi sforzi. Il mio ostello si trova a soli cinque kilometri dal Ponte dell’Amicizia, ogni tanto incontro qualche occidentale in bicicletta che mi sorride, quasi a cercare conforto. Al mercato le donne, esauste, poggiano la testa sulla bancarella infestata dalle mosche, confondendosi tra intestini esposti al sole e rospi ansimanti, stretti in reti di nylon verde. Tutte si ricoprono il viso con un impasto speciale color beige, il thanakha, per proteggersi dal sole. Tiro a indovinare se si tratta di Karen o Shan, minoranze etniche fuggite a metà degli anni Ottanta dal caos del regime militare, varcando illegalmente la frontiera con la Tailandia. Il caldo è estenuante e mi ricorda i racconti sulla Birmania umida e soffocante che mi aspetta oltre il confine. Mi fermo per bere qualcosa che possa idratarmi, quasi nessuno capisce l’inglese ma mi sono abituata all’insieme di suoni che mi arrivano all’orecchio, estranei e frustranti, mi ricordano la fatica del viaggio e il suo valore. Quando ti arriverà questa cartolina, probabilmente sarò seduta in uno dei tanti camion che dal centro della città mi porteranno direttamente alla frontiera. Ti lascio con l’immagine  di un posto contraddittorio e affascinante, sono sicura che come me, anche tu ti saresti sentito comodo e curioso nell’attraversarlo.

Un abbraccio da Mae Sot

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