Saluti dal Giappone

tokyo by night

Tokyo appare e scompare, come una serie di diapositive che si muovono davanti agli occhi allo scatto di un pulsante. Hai presente quella vecchia macchina che avevamo quando eravamo piccole? Ci sedevamo, dopo aver chiuso accuratamente le tende, e nella stanza c’era un silenzio surreale. La polvere cadeva sottile davanti all’occhio illuminato del proiettore, ci passavamo le mani, piegando le dita in modo buffo per improvvisare ombre cinesi che si trasformavano in grandi maschere sul muro. Era un gioco che si consumava in pochi minuti, prima che la carrellata di immagini dell’ultima vacanza in montagna cominciasse a sfilare davanti ai nostri occhi. Sono seduta sul treno che mi porta all’aeroporto, ancora accaldata dalla corsa alla ricerca della stazione giusta. Ho posato il grande zaino accanto a me e ci ho messo il braccio sopra, come se potessi trovare conforto in questo pezzo di antiquariato degli anni Ottanta, un prestito inaspettato dell’ultima ora che tutti guardano con aria sospetta. Io invece penso di essermici già affezionata e un po’ mi rattrista l’idea di dovermene separare, una volta che sarò tornata a casa. Dopo qualche fermata sotterranea, la città riaffiora dai finestrini, una visione residua dei palazzi illuminati che mi apre un sorriso malinconico sulla bocca. Vedo facce stanche e visi concentrati su libri e cellulari, qualche viaggiatore che sfida la forza di gravità cercando di tenere a bada la valigia. C’è un via vai armonioso di gente che aspetta la sua fermata, recitando a memoria una preghiera quotidiana. Io stringo a me lo zaino che ha preso le sembianze umane di un compagno di viaggio e penso ai giorni giapponesi che mi stanno scivolando dalle mani troppo in fretta. È una sensazione difficile da spiegare, ma vorrei che provassi solo per una volta questo struggimento, di certo capiresti molte più cose di me. Da quando sono arrivata qui, il tempo ha cominciato a funzionare in un modo diverso. Per esempio, le ore si sono dilatate un pomeriggio allo scadere del tramonto, mentre guardavo i flutti d’acqua lambire leggeri il grande torii di Myajima, porta sul mare che si apre al tempio – sono rimasta lì seduta senza riuscire a capire cosa farmene di tutta quella bellezza che mi si parava davanti: ce lo hai avuto mai tu questo problema? Restare ferma in un posto e non riuscire a sopportare la responsabilità di una visione? – , oppure quando passeggiavo per il cammino sacro del Koyasan o tra i piccoli templi di Nara, e poi si sono contratte nell’emozionante corsa dei primi giorni, persa in mezzo agli eleganti sentieri in salita di Kyoto, nei discorsi surreali fatti con una signora seduta su una panchina mentre aspettavo il treno a Okayama o nelle corse in bicicletta, per arrivare fino alla vetta più alta a Naoshima, nel labirinto intricato dei colori di Tokyo, delle sue vetrine e meravigliosi musei, città imponente e straordinaria, mai noiosa. In Giappone ho dimenticato il nome e la successione dei giorni, tenendo in mente solo qualche numero importante. E poi mi sono sentita a casa, sensazione che ricordo di aver vissuto nella vita solo un’altra volta, circa dieci anni fa. Perciò, come potrai immaginare, mi sento confusa. Sono seduta su questo treno – uno dei tanti che mi hanno fatto muovere nel magma della metropoli nell’ultima settimana – e sto preparando un addio frettoloso, passando in rassegna una lista immaginaria di volti e discorsi. Il resto cola lento in questi ultimi trenta minuti, sulla linea di un treno espresso diretto ad Haneda. Ti voglio dedicare la mia ultima cartolina prima di lasciare il Paese perché mi sembra che in fondo noi due, insieme, siamo sempre state un po’ così: due tempi che accadono, complici e diversi, nello stesso momento.

Un bacio sul pancione dal Giappone

3 pensieri su “Saluti dal Giappone

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