Verso Hpa-An

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Mi sono fermata per un attimo sul ponte, mentre una miriade di camioncini, auto private e tuc tuc sfreccia da un lato all’altro della frontiera. I birmani che incontro lungo il cammino si distinguono dai tailandesi per quella maniera così naturale di portare il longyi, la tipica gonna di cotone leggero, utile per resistere alle lunghe giornate afose. Una donna seduta per terra si è ritagliata con discrezione uno spazio sotto il sole e guarda i passanti senza pretese. Stringe al petto un bambino di pochi mesi, aspettando speranzosa qualche contributo.Mi sono girata per trattenere nella testa l’ultima istantanea di due paesi che si uniscono e dividono, uno a pochi metri dall’altro.Alle otto in punto, ho poi assistito al picchetto cerimoniale che inaugura la giornata dei militari. Una fila composta si è allineata per restare immobile davanti all’ufficiale, mentre la musica dell’inno nazionale tailandese suonava nell’aria, con un certo carico di solennità. Tra loro alcune donne, strette nei loro tubini eleganti e formali, tendevano il palmo della mano per il saluto convenzionale, quasi a ripararsi dal sole che in questa zona si fa cocente sin dalle prime ore del mattino. Avevo visto la scena già un’altra volta, mentre aspettavo il bus che mi avrebbe portato a Lamphun. All’improvviso, dei grandi megafoni avevano dissolto nell’aria i toni sacri e magniloquenti di quella sinfonia e molti tra i viaggiatori si erano alzati, indossando uno sguardo silenzioso e pieno di rispetto per poi ritornare con tranquillità a sedersi al proprio posto una volta terminato il rituale, con le valigie accanto e i biglietti in mano.
Sento di essermi lasciata alle spalle un posto che forse non ho avuto il tempo necessario di capire e che mi ha accolta con una dose esagerata di comode facilitazioni, chiasso e rude disponibilità, sintomo, probabilmente, di un rodaggio ventennale con gli occidentali arroganti e naif, alla ricerca di una “spiritualità” su cui avrei molto da ridire. Però mi consolo pensando che gli ultimi giorni a Mae Sot mi sono serviti per allontanarmi dall’immagine stereotipata delle grandi città, mettendomi a contatto con un’umanità più autentica e disincantata. Dopo aver ricevuto il visto buono con il limite tassativo di ventotto giorni per visitare il Paese, la Tailandia è già qualche passo più distante.
Una ruota panoramica campeggia nel bel mezzo di un terreno incolto, altre giostrine, antiche e malmesse, brillano sotto il sole, con i loro colori sgargianti. Un fiume scorre a lato, conservando una bellezza commovente. Dall’altro lato del ponte, le prime pagode birmane spuntano all’orizzonte, disegnando di oro un cielo azzurrissimo.
Ho notato che Myawwady mantiene le stesse caratteristiche della città al di là degli enormi cancelli di metallo: rumori, traffico e un mix di culture che si muovono instancabili da un lato all’altro della strada, alla ricerca di qualche affare da concludere e soprattutto di turisti che da queste parti hanno cominciato a farsi sempre più numerosi. È infatti da poco tempo che questa frontiera è diventata accessibile, diventando un comodo passaggio via terra dalla Tailandia per i visitatori desiderosi di conoscere la Birmania. E di questa frontiera è tristemente conosciuta anche la sua storia, teatro di una guerra lunga e da pochi ricordata, che vede come protagonisti una delle tante etnie residenti in Birmania, i Karen. Presenti in circa sette milioni sul territorio, questa minoranza ha portato avanti una lotta, oggi più silenziosa ma che perdura, per il diritto all’autodeterminazione come popolo. Il sogno dell’indipendenza, promesso con il Trattato di Planglong nel 1949 da Aung San – padre della celebre Aung San Suu Kyi – si è infatti spezzato con l’avvento della dittatura militare. Da allora, una lotta sanguinaria è scoppiata tra il popolo dei karen e quello dei birmani: si infiltra tra le palme lussureggianti e le ampie colline che si aprono sullo scenario stupefacente di questo lato del paese; è tangibile nei piccoli posti di blocco che mi lascio alle spalle dove uomini in tuta mimetica stringono al braccio mitragliette e con un leggero gesto della mano permettono il passo verso sud.
Dopo circa un’ora dall’inizio del viaggio riesco finalmente a distinguere quel tipico colore rosso della noce di betel che tinge le labbra e i denti del mio autista, anche lui karen. Finalmente sorride e mi lancia di rimbalzo una sorta di sguardo complice. Dopo aver bisticciato con un probabile concorrente, è riuscito a caricare sulla sua macchina dei clienti, due ragazzini che come noi si dirigono a Hpa-an, probabilmente per tornare a casa dalle loro famiglie. Ha dimostrato tutta la sua soddisfazione offrendo foglie di betel ai nuovi arrivati. Io me ne resto quieta, un poco intimidita da quel tanto parlare di cui non riesco a cogliere nemmeno il più semplice suono, ma i ragazzini, anche essi molto riservati, finalmente rompono il riserbo, cercando di capire da dove vengo con strambi gesti fatti con le mani. Dal finestrino scorre un paesaggio cangiante e stupefacente, ogni tanto qualche stupa dorato spunta fuori da una vegetazione fitta, mentre ci inoltriamo senza troppa cautela su strade dissestate con un curioso sistema di senso unico alternato.
Ora che ci siamo allontanati dal frastuono della città, mi rendo conto che lo scenario è totalmente cambiato. È un’emozione sottile e piacevole – una tra le mie preferite – molto simile all’adrenalina che si sente quando si sfila via dal nastro trasportatore la propria valigia e si è pronti a tuffarsi nel marasma di una civiltà sconosciuta.

È qualcosa di terribile e insieme meraviglioso.

Saluti da Mae Sot

mae sot

Ho fumato l’ultima sigaretta prima di andare a dormire e sono rimasta sul portico a pensare che non siamo riusciti a parlarci, la linea è saltata all’improvviso. Se avessi potuto, ti avrei raccontato che questo pomeriggio, mentre girovagavo per le vie di Mae Sot, ho visto un gruppo di ragazzini che bighellonava. Uno di loro indossava una maglietta rossa con la scritta “Paris” e mi sono domandata se sapesse cosa fosse successo lo scorso venerdì, ma suppongo che fosse semplicemente una casualità. Credo che fossero birmani e che vivessero in quella parte della città a ridosso della grande strada principale, dove campeggia una sala kitsch per cerimonie e il grande centro commerciale Tesco, dove puoi comprare tutto quello che vuoi se sei disposto a pagarlo tre volte rispetto al prezzo di mercato. Ci sono passata ieri sera, il primo giorno che sono arrivata: intere famiglie spuntavano fuori, illuminate da lampadine di fortuna fissate sulle loro case baracche. Alcuni bambini seduti per terra giocavano con utensili, qualcuno sistemava l’antenna della televisione, altri conversavano mestamente, impegnati a consumare un pasto frugale, protetti dai ferri arrugginiti dei loro cancelli. Ho visto molta povertà e mi sono ricordata della prima volta che ho messo piede in una favela in Brasile, quando ho scoperto quel sentimento di pace che si respira dappertutto quando si è a Casa, poco importa se il tetto è fatto di cemento o lamiera. Mi sono chiesta come vive un birmano in Tailandia e forse è per questo che mi sono presa una pausa dal viaggio in questo territorio di frontiera. Immagino che non ti suonerà per niente strano, ma mi sento più a mio agio in questo posto, lontana dai festini preparati ad hoc per i turisti, dai tuc tuc con la tariffa per vacanzieri, dai ristoranti con i menù in inglese. Sono arrivata due giorni fa con l’intenzione di fermarmi una notte e invece sono rimasta impantanata nell’umanità meticcia di questa città, a osservarla da lontano e in solitudine. Qui si respira un’aria da porto di mare dove si incrociano razze, culture e religioni diverse, i clacson suonano maliziosamente al passaggio e i finestrini delle auto restano impermeabili alla vista. Qualcuno mi aveva detto di rinunciarci, perché da questo lato della cartina avrei trovato pochi lustrini e troppi problemi. Ma poi ho pensato a quello che mi ha detto un viaggiatore stagionato qualche giorno fa, che la paura non porta mai a niente di buono, e mi sono convinta senza troppi sforzi. Il mio ostello si trova a soli cinque kilometri dal Ponte dell’Amicizia, ogni tanto incontro qualche occidentale in bicicletta che mi sorride, quasi a cercare conforto. Al mercato le donne, esauste, poggiano la testa sulla bancarella infestata dalle mosche, confondendosi tra intestini esposti al sole e rospi ansimanti, stretti in reti di nylon verde. Tutte si ricoprono il viso con un impasto speciale color beige, il thanakha, per proteggersi dal sole. Tiro a indovinare se si tratta di Karen o Shan, minoranze etniche fuggite a metà degli anni Ottanta dal caos del regime militare, varcando illegalmente la frontiera con la Tailandia. Il caldo è estenuante e mi ricorda i racconti sulla Birmania umida e soffocante che mi aspetta oltre il confine. Mi fermo per bere qualcosa che possa idratarmi, quasi nessuno capisce l’inglese ma mi sono abituata all’insieme di suoni che mi arrivano all’orecchio, estranei e frustranti, mi ricordano la fatica del viaggio e il suo valore. Quando ti arriverà questa cartolina, probabilmente sarò seduta in uno dei tanti camion che dal centro della città mi porteranno direttamente alla frontiera. Ti lascio con l’immagine  di un posto contraddittorio e affascinante, sono sicura che come me, anche tu ti saresti sentito comodo e curioso nell’attraversarlo.

Un abbraccio da Mae Sot

A un passo dal confine: i miei giorni tailandesi

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Lungo la strada dove mi sono fermata per dormire a Sukhouthai, i ristoranti sono sorti come funghi per accontentare i turisti accalorati dalla lunga passeggiata nel parco. Sembrano riprodursi come copie identiche dello stesso servizio: foto con caffè dall’aspetto invitante che si riducono nella realtà a una brodaglia marrone mischiata a dosi abbondanti di ghiaccio, pancake, waffle, banana split. Le prime pagine sono dedicate al cibo tailandese, con numerose varianti di pad thai, carne di pollo o maiale, generalmente accompagnate da papaya verde, curry e altre spezie tipiche della cucina del luogo. I prezzi sono tutti al di sopra della media. Le cameriere ti chiamano dalla strada, quasi a recitare una preghiera, ripetendo come una litania sempre le stesse parole. La sosta, inevitabile, serve a superare le ore morte del primo pomeriggio, soffocanti, per la calura del sole intenso e la quasi assoluta mancanza dell’ombra. Sono rimasta a rimuginare sul da farsi e alla fine mi sono seduta a un angolo, per ricevere la benedizione di un effimero getto d’aria. Il ventilatore si muoveva stanco da un lato all’altro e ho cominciato a mandar giù a piccoli sorsi qualcosa che assomigliava a un cappuccino congelato. Ho rovistato tra la borsa per controllare che avessi tutto con me: il portafogli, le chiavi, il passaporto con un nuovo visto.

Dopo quasi due settimane passate in Tailandia, mi porto addosso una confusione simile al campo di battaglia che regna sul mio letto. I giorni si sono accumulati freneticamente nonostante il mio andare lento e perplesso. Della calma giapponese sono rimasti pochi strascichi che faccio fatica a conservare, del caos tailandese riesco a racimolare qualche briciola. Ho questo ricordo del mio primo giorno a Chiang Mai, quando sono rimasta per qualche minuto ferma sulla strada principale, osservando le macchine e i motorini che sfrecciavano all’impazzata. Mi sono sorpresa del mio modo impacciato di affrontare la situazione, non sapevo come fare per attraversare. Mentre aspettavo, mi è caduto l’occhio su una pagoda che brillava alla luce del sole come una pietra raffinata. Così ho cambiato direzione e ho deciso di prendere del tempo, sono entrata all’interno e ho approfittato della meraviglia dei primi momenti, prima che tutto si trasformasse in un’immagine ripetitiva nella testa. C’era un forte odore all’interno ma non ne ho saputo riconoscere bene la provenienza. Sul fondo, diversi Buddha impilati uno dietro l’altro mi osservavano impassibili dal lato dell’altare. Mi sono seduta per un momento e non ho provato niente. Mi è servito il silenzio per accogliere quel cambio violento che si sarebbe diluito nel corso dei giorni successivi, in svolte verso diversi angoli e incontri imprevedibili. La stessa notte ho visitato un bazar e mi sono persa dentro un tempio. Illuminato com’era dalle luci artificiali, mi era sembrato diverso da tutti gli altri che avevo visitato. Un gruppo di monaci adolescenti si adoperava in piccoli lavori di manutenzione, altri bevevano succhi di frutta per ristorarsi dalla fatica. C’era un’aria di letizia che isolava il caos e il divertimento confezionato per il turista, percepibili a soli pochi passi dal muro di cinta. Sono rimasta ad osservarli per un po’ e mi sono sentita sollevata. Sulla strada del ritorno, la via offriva ogni sorta di distrazione: bar dalle luci soffuse e cocktail invitanti, baracchini stracolmi di cibo fumante, massaggiatrici appollaiate su sdraio di plastica in attesa del prossimo turno e ragazze piacenti che muovevano la testa al ritmo dell’ultima hit. Dal mirino della mia macchina ho fermato un istante: una ragazzina sdraiata su un tavolo da biliardo mi dava le spalle, stretta in un top attillato e dei jeans provocanti. Ho provato a capire quanti anni avesse ma ho pensato che mi bastasse assistere a quella scena per trarre le mie conclusioni da sola. Mi sono avvicinata di più per mettere meglio a fuoco, l’immagine restava fluida sotto il riflesso del neon. Intorno, tutti sembravano divertirsi e approfittare di quell’aria leggera dei giorni di vacanza.

Sono passati ormai tredici giorni e quel momento ogni tanto mi torna ancora alla memoria, ha molto a che vedere con quel misto di sacro e profano che mi sono messo dentro la valigia, ora che sto per partire verso un nuovo Paese.

Saluti dal Giappone

tokyo by night

Tokyo appare e scompare, come una serie di diapositive che si muovono davanti agli occhi allo scatto di un pulsante. Hai presente quella vecchia macchina che avevamo quando eravamo piccole? Ci sedevamo, dopo aver chiuso accuratamente le tende, e nella stanza c’era un silenzio surreale. La polvere cadeva sottile davanti all’occhio illuminato del proiettore, ci passavamo le mani, piegando le dita in modo buffo per improvvisare ombre cinesi che si trasformavano in grandi maschere sul muro. Era un gioco che si consumava in pochi minuti, prima che la carrellata di immagini dell’ultima vacanza in montagna cominciasse a sfilare davanti ai nostri occhi. Sono seduta sul treno che mi porta all’aeroporto, ancora accaldata dalla corsa alla ricerca della stazione giusta. Ho posato il grande zaino accanto a me e ci ho messo il braccio sopra, come se potessi trovare conforto in questo pezzo di antiquariato degli anni Ottanta, un prestito inaspettato dell’ultima ora che tutti guardano con aria sospetta. Io invece penso di essermici già affezionata e un po’ mi rattrista l’idea di dovermene separare, una volta che sarò tornata a casa. Dopo qualche fermata sotterranea, la città riaffiora dai finestrini, una visione residua dei palazzi illuminati che mi apre un sorriso malinconico sulla bocca. Vedo facce stanche e visi concentrati su libri e cellulari, qualche viaggiatore che sfida la forza di gravità cercando di tenere a bada la valigia. C’è un via vai armonioso di gente che aspetta la sua fermata, recitando a memoria una preghiera quotidiana. Io stringo a me lo zaino che ha preso le sembianze umane di un compagno di viaggio e penso ai giorni giapponesi che mi stanno scivolando dalle mani troppo in fretta. È una sensazione difficile da spiegare, ma vorrei che provassi solo per una volta questo struggimento, di certo capiresti molte più cose di me. Da quando sono arrivata qui, il tempo ha cominciato a funzionare in un modo diverso. Per esempio, le ore si sono dilatate un pomeriggio allo scadere del tramonto, mentre guardavo i flutti d’acqua lambire leggeri il grande torii di Myajima, porta sul mare che si apre al tempio – sono rimasta lì seduta senza riuscire a capire cosa farmene di tutta quella bellezza che mi si parava davanti: ce lo hai avuto mai tu questo problema? Restare ferma in un posto e non riuscire a sopportare la responsabilità di una visione? – , oppure quando passeggiavo per il cammino sacro del Koyasan o tra i piccoli templi di Nara, e poi si sono contratte nell’emozionante corsa dei primi giorni, persa in mezzo agli eleganti sentieri in salita di Kyoto, nei discorsi surreali fatti con una signora seduta su una panchina mentre aspettavo il treno a Okayama o nelle corse in bicicletta, per arrivare fino alla vetta più alta a Naoshima, nel labirinto intricato dei colori di Tokyo, delle sue vetrine e meravigliosi musei, città imponente e straordinaria, mai noiosa. In Giappone ho dimenticato il nome e la successione dei giorni, tenendo in mente solo qualche numero importante. E poi mi sono sentita a casa, sensazione che ricordo di aver vissuto nella vita solo un’altra volta, circa dieci anni fa. Perciò, come potrai immaginare, mi sento confusa. Sono seduta su questo treno – uno dei tanti che mi hanno fatto muovere nel magma della metropoli nell’ultima settimana – e sto preparando un addio frettoloso, passando in rassegna una lista immaginaria di volti e discorsi. Il resto cola lento in questi ultimi trenta minuti, sulla linea di un treno espresso diretto ad Haneda. Ti voglio dedicare la mia ultima cartolina prima di lasciare il Paese perché mi sembra che in fondo noi due, insieme, siamo sempre state un po’ così: due tempi che accadono, complici e diversi, nello stesso momento.

Un bacio sul pancione dal Giappone