Goodbye, au revoir Kyoto

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Di ritorno in bici verso casa, mi scorre a lato il kamo-gawa, il fiume che taglia la città e che di sera si illumina a festa. Mancano pochi minuti al tramonto e le prime lanterne si accendono lungo le strade di Kyoto.
Mi fermo per godermi il panorama. Una donna si aggiusta il cappello prima di inforcare la bici, mentre alcuni bambini saltellano da un masso all’altro, giocando con i riflessi dell’acqua. Per me, in questo momento, ci sta tutta la città contenuta nello specchio di questo fiume. Manca un giorno alla partenza, eppure Kyoto, che che si estende davanti ai miei occhi come un palmo di mano, mi sembra già così lontana. L’ho amata tanto che sento già nostalgia dei suoi ritmi pacati, delle sue strade discrete ed eleganti, del suo modo di lasciarsi attraversare senza mai mostrare le unghie.

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Da lontano arriva la musica di un ukulele, questa sera ci sarà la luna piena e nei tempietti disseminati per la città si festeggia l’arrivo dell’autunno. Penso che da qui è cominciato il mio viaggio e che la prima impressione che mi resterà per sempre di questo Paese è la fotografia di un gruppetto di gente che proprio ora balla ai bordi del fiume con la città addosso che li osserva senza dire nulla e di questa luce che non so se riuscirò a trovare in un altro posto al mondo perché vive solo negli angoli di Kyoto, lungo le linee delle vetrine dove i cuochi si affannano per portare in sala ricche scodelle fumanti o nel vermiglio dei torii del Fushimi Inari-taisha, ancora più intenso al tramonto. Così prima di voltare le spalle al ponte, fisso la scena per l’ultima volta e mi immagino un saluto diverso dal solito, che ha più il sapore di un arrivederci. Succede così quando ci si innamora di una città.

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2 pensieri su “Goodbye, au revoir Kyoto

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