Saluti da Kyoto

Saluti da Kyoto

Stavo percorrendo una stradina nascosta del centro di Kyoto e credo che tu mi potrai capire se ti dico che c’era una luce che definirei commovente. Ti ricordi quando mi hai portato a fare una passeggiata in quel piccolo borgo nascosto tra le colline? Non mi ricordo il nome. Fatto sta che mi hai raccontato che di là ci passavi a cavallo e quando era possibile lo accompagnavi con una camminata in salita, per evitargli la fatica. Non so perché, ma l’immagine di quelle piccole case addossate e perfette mi gira ancora nella testa. Ecco, credo ci fosse la stessa luce che abbiamo visto quel giorno. Non saprei dirti come ci sia capitata, una deviazione per sbaglio e mi sono ritrovata da sola a camminare, tra queste geometrie di ombre che tagliavano la strada ad ogni passo. Poi, all’improvviso, il silenzio irreale che mi accompagnava è stato interrotto da un rumore regolare. Piccoli passi sulla pietra che suonavano una canzone conosciuta. Ho svoltato l’angolo e le ho viste, queste tre donnine, di spalle, appoggiate una all’altra, per accompagnare la faticosa camminata ed evitare di inciampare. Si sono fermate al bivio della strada e si sono guardate intorno. Cercavano di farsi una foto e io nel frattempo le ho raggiunte con il mio passo goffo e mi sono offerta di aiutarle. In cambio loro hanno posato per me. Qui le chiamano maiko ma poi ho scoperto che erano delle semplici turiste, vestite a festa per l’occasione. Magari era la loro prima volta in questo posto, come lo è stata per me quella passeggiata nel borgo. A me interessa l’intenzione, magari anche loro, come me, si divertono per un po’ a sentirsi parte di un posto al quale non appartengono. Ti regalo i loro sguardi e ti bacio.

Saluti da Kyoto

La prima volta

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Ho aspettato diligente in fila insieme al resto dei passeggeri dopo che il treno si è fermato in stazione. Un ragazzino dall’aria seria e zelante è apparso all’improvviso, sfoggiando un sorriso cordiale. Ha sbarrato l’accesso con una catena alla quale c’era attaccato un cartello che pregava la gentile clientela di attendere per il tempo della pulizia. Saltando da un vagone all’altro ha fatto il suo giro in pochi minuti e mentre lo osservavo, mi chiedevo quante volte al giorno compisse sempre lo stesso gesto rassicurante con la mano, quante volte regalasse a tutti la certezza del ritorno, ognuno verso il proprio destino. Ho questa immagine del treno che si muove lentamente mentre si infiltrano nella testa i segnali sonori dell’altoparlante che scandisce le fermate in giapponese. Mi sento isolata e sollevata perché penso che stia vivendo la mia prima volta dopo tanto tempo. Non esiste niente che possa deludermi in questo momento, so solo che dal finestrino sbuca una successione di immagini che creano vertigine, stupore, bellezza. Case grigie, di mattoni, case di legno, tetti e poi di nuovo intricati fili della luce, depositi d’auto impilate come costruzioni una sull’altra, fiumi e ponti, gallerie e di nuovo sobborghi di piccole finestre dai telai bianchi, alluminio che splende, insegne annerite e poi la città, i suoi palazzi alti, templi che si fanno spazio nel caos urbanistico. Non c’è niente che sia in ordine in questo momento, ma malgrado senta cedere i reni sotto il peso dello zaino e abbia un filo che pende dalla tasca e il passaporto nascosto chissà dove, non posso fare a meno di perdermi in mezzo a tutta questa umanità affannata e affamata che cerca la prossima fermata, il biglietto da timbrare, un posto dove ristorarsi prima di tornare a casa. Chissà se anche loro, come me, stanno correndo verso la loro prima volta.

Partire è un po’ morire

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Mi godo il paradosso di colori del cielo romano. C’è un divario tra quello che resta ben piantato per terra e in ombra e le antenne accumulate sui tetti che luccicano al sole. Le vedi lì, esposte in prima fila che aprono le loro braccia al blu, il grigio, il cobalto. C’è sempre un compromesso in questo tipo di saluti, questa volta è una visione, la visuale di una facciata monotona dove la vita produce rumori, odori, familiari reiterazioni. Dall’altro lato del balcone mi fisso a guardare il muro altissimo e compatto che chiude questo cortile, è un’uniformità che toglie il fiato, penso persino all’umanità che la abita, da dentro.

Sta per arrivare un temporale e poi un addio.