Docuhaiku #1 Welcome back

Io viaggio da sola

Sono seduta insieme a Tate sul lato destro del treno perché, come ci siamo dette prima che le porte si aprissero in un chiasso di stantuffi e metallo stridente, all’andata è quello destro il lato che conta, affacciato com’è dalla parte del mare.

Dopo pochi minuti, Barcellona sembra già lontana.

I profili di case, che spuntano lungo la periferia incorniciata dai tralicci, mi ricordano più i paesi del sud, di calce bianca e grandi vuoti invernali, invece che le facciate dell’antico quartiere di pescatori, affollate da frenetiche passeggiate di turisti a caccia di foto con panorama. Nascondo dietro agli occhiali da sole una stanchezza che non appartiene né al passato già remoto di levatacce e giorni interminabili di routine, né a quello più recente del cammino fatto zaino in spalla. Lo spazio della vita adulta – del presente sempre precario – anche quello oggi si allontana: è il patto, la tregua, la fuga, forse l’illusione, tipici di chi parte e aspetta il suo arrivo altrove.

Tate, museo Pau Casals.
Tate, museo Pau Casals.

Ieri notte, con l’insonnia ritornata come un rigurgito involontario e doloroso, ho scritto sul mio quaderno una frase, trovata nel libro Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig: “Sono insieme contento e triste di essere qui. A volte è quasi meglio viaggiare che arrivare”. Cerco il taccuino dove l’ho segnata, ma non la trovo. Vorrei mostrarla a Tate e chiederle cosa ne pensa ma rimando la conversazione, mentre il mare appare e scompare, come un’immagine interrotta da qualche fotogramma bruciato in una pellicola. Lei mi guarda con gli occhi che le si fanno piccoli, stuzzicati dal sole che entra con un taglio deciso e perpendicolare, offuscandole a volte la vista. Ieri mi ha chiamato proponendomi una gita che “vedrai, ti farà bene” e ho assentito senza pensarci troppo, scostando con un piede lo zaino che dopo il ritorno ancora latita sotto il piccolo letto del mio nuovo appartamento. Quando dopo qualche ora ho visto la sua figura stagliarsi in controluce sulla vetrata affacciata sul mare, le ho dato ragione: alle mie spalle, lungo il corridoio della sua casa museo, si infiltrava con un ritmo perfetto la sinfonia suonata per violoncello da Pau Casals. Il resto del tempo lo abbiamo passato sulla spiaggia, cercando di non lasciarci sopraffare dall’abbraccio lungo e invadente delle onde e poi sedute a pranzare, con il tetto del cielo cangiante a ogni giro di vento.

Tate, spiaggia di San Salvador
Tate, spiaggia di San Salvador

Mentre finivo la mia fideuá, d’improvviso mi è ritornato alla memoria un fatto di cronaca di qualche giorno fa: due ragazze argentine erano state trovate uccise in Ecuador mentre viaggiavano da sole. Abbiamo discusso su quanto risultasse fuori luogo definire due ragazze che viaggiano insieme come sole e poi siamo ritornate indietro nel tempo, pensando a tutte le volte che noi da sole siamo partite per davvero. Poi ci ho pensato meglio: mi sono chiesta se fosse nella logica volutamente infranta del legame tra aggettivo e numero – erano sole, erano donne sole anche se in realtà erano due? –  che risiedesse la contraddizione (e l’indignazione collettiva) o se invece non fosse il caso di andare direttamente alla radice della questione che si proponeva, evidentemente, più come un problema di genere.

E se invece fosse stata una sola ragazza ad apparire in quelle foto segnaletiche? Ci saremmo indignati nello stesso modo o sarebbe stato classificato, con non poca tristezza, come l’ennesimo “femminicidio”? Il problema sta per davvero nel numero o nel fatto che sia dia per scontato che una donna – da sola o in compagnia, poco importa – non possa, non debba permettersi il lusso di godere della stessa libertà che viene assegnata per difetto a un uomo?

Mi sono ritornati alla memoria i momenti – a dir la verità pochi – in cui mentre viaggiavo mi sono sentita in pericolo, esposta e ho riflettuto sulle scelte che ho fatto per evitare situazioni che ritenevo potenzialmente rischiose. Mi sono resa conto che quando ho accettato qualcosa di spiacevole (cambiando strada, distogliendo lo sguardo, ecc.), ho giustificato e perpetrato l’errore nel quale tutti, uomini e donne, continuiamo a cadere e che consiste nel fatto di normalizzare qualcosa che di normale non ha praticamente nulla.

Un errore che produce ancora oggi troppo orrore.

Perché, ad essere onesti, la questione del genere resta un tema irrisolto, risultando come una contraddizione scomoda e imbarazzante che ci dice chiaramente che non siamo ancora libere, non veramente. Sono sempre stata lucida sul fatto che non sia stata trovata, almeno non per il momento, una soluzione a questa disuguaglianza latente, subdola, truccata di emancipazioni più fittizie che reali.

Io, in viaggio
Io, in viaggio

Ho ripensato all’espressione mista a sorpresa e sgomento che, prima della mia partenza, ho dovuto subire ogni volta che affermavo che sì, questo viaggio lo facevo da sola e che per questa scelta non avrei dovuto sentirmi né coraggiosa – come spesso mi definivano guardandomi con uno sguardo ammirato – né speciale.

Compiacermi del fatto che partissi da sola sarebbe equivalso a considerare la mia scelta come qualcosa di straordinario quando invece sarebbe dovuta risultare agli occhi di tutti come normale, senza distinzioni di circostanze. Io, davanti a queste manifestazioni di perplessità, non ho comunque mai fatto una piega: mi sono limitata a sorridere e a ribadire la mia solitudine cercata, desiderata. Confesso che il sorriso si estendeva con maggiore enfasi quando a guardarmi sbigottite erano le donne – quelle che per la società, che lo vogliano o no, continueranno a essere definite sole anche quando oggettivamente non lo sono –  invece degli uomini.

La discriminazione parte da quei sorrisi di stupore, si genera e si rigenera attraverso la paura – legittima ma non per questo auspicabile – di essere aggredite, stuprate, uccise per il solo fatto di essere donne.

Mentre tornavamo a casa, un cambio repentino della temperatura ha fatto traballare i nostri umori. Il mare ci stava mandando via con grossi sospiri impazienti. Sul treno ci siamo sedute sul lato sinistro, ma questa volta del mare non c’era nemmeno l’ombra. Ci restavano gli scampoli di qualche luce che appariva come un debole segnale in assenza di orizzonte. Il tepore del vagone ci cullava comunque in un dormiveglia ristoratore. La notte si stava mangiando le nostre visioni sognanti, da viaggiatrici in cammino, esseri umani orgogliosamente soli.

Ripartire

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L’ultimo biglietto d’aereo era rimasto casualmente incastrato dietro a una carta con il tre di cuori che porto da anni nel portafoglio. Me l’aveva regalata un prestigiatore a Barcellona, una sera di vermut in piazza, mentre giocavo a indovinare cosa avrebbe tirato fuori dal mazzo. La cosa che mi affascina dei maghi è la loro espressione giusto un attimo prima del colpo di scena. Hanno negli occhi uno spirito compiaciuto e vivono solo per quel momento in cui saranno capaci di rompere anche le reticenze del pubblico più scettico. La carta che conservo ha la capacità di regalarmi momenti di stupore retroattivo: ogni volta che voglio ricordarmi di qualcosa, nascondo i resti di un evento nella solita tasca, dove rimane incastrato il ricordo di una prova venuta bene.

Mi piace pulire bene la mia borsa alla fine di un viaggio, mi ricorda la sensazione di sollievo che provo dopo una doccia calda, meritata ricompensa che lava via di dosso le lunghe ore di cammino. Di ritorno, nel fondo del sacco ci restano solo le cose essenziali prima che tutto, dopo poche ore, ritorni nel caos di fortuiti incontri e cose da ricordare. Ho guardato il biglietto ripiegarsi su se stesso in una lenta eutanasia tra le fiamme del camino di casa mia, l’unico posto dove possa tornare senza avere la necessità di un passaggio, un divano o un piatto caldo di emergenza. Quando l’ultimo lembo si è ridotto a un cumulo di cenere nera ho pensato che non riuscivo a immaginare una fine da dare a questa storia.

Pochi istanti prima di lasciare il pavimento dell’aeroporto di Bangkok – dove tutti poltrivano con gli sguardi persi verso altre direzioni – ho pensato alla parola “ritorno” e mi ricordo di aver immaginato immediatamente a qualcosa di molto più simile a una “partenza”, come se quel cerchio non potesse chiudersi insieme al portellone dell’aereo, incastrato tra i sedili della classe economy, tra schermi illuminati e hostess in movimento. Perché più che ritornare, sento solo l’impulso di ripartire per andare da qualche parte, a rifugiarmi in un abbraccio stretto che sa di casa, in una storia complicata e sospesa che sembra già passato, verso un futuro che non esiste e che prima poi dovrò obliterare, al passo veloce di un’altra chiamata d’imbarco. Ho ammucchiato i resti della mia prima lunga giornata sotto il camino e ho aspettato che le ultime braci si spegnessero. Sono rimasta a godere del tepore superstite, come la valigia che resta mezza aperta nella mia stanza di bambina, come la testa che ho messo a posto, in un posto che gli altri fanno fatica a trovare nelle mappe e il cuore più pesante di cose importanti da trattenere.

E mi son detta con il cuore in gola “si riparte” perché in fondo si riparte.

Si riparte sempre.

 

 

 

 

ວັນອາທິດ

brindisi villaggio

Agita il microfono tra le mani e mi fa un cenno perché vuole che mi avvicini. Nel giro di pochi secondi ci ritroviamo seduti in un piccolo cortile, circondato da case e baracche, utensili per lavorare la terra ed amache che si muovono pigre accompagnate dal vento. Ci siamo inoltrati tra le stradine del villaggio seguendo la musica che allungava le braccia fino al ponte di bambù. Da lì, Luang Prabang riesce soltanto ad accennare la sua bellezza perché resta nascosta, protetta dalla sponda del fiume dove ogni tanto compare un pescatore a tirare su le reti. Bastano pochi metri per dimenticare le strade pavimentate, le deliziose ville in stile coloniale, i templi pullulanti di tuniche arancioni stese al sole e le stoviglie riposte al vento. Basta svoltare a sinistra, lasciandosi il fiume alle spalle, affinché la vita ricominci, con un’altra versione dei fatti. Mi prende la mano e sfodera una risata costellata di denti bianchissimi e buoni propositi per la domenica di meritato riposo. Con il braccio destro culla un bambino che dorme beato, nonostante la musica che, altissima, fa vibrare la piccola cassa riposta su una sedia di plastica. Lo avvolge con tutta la sicurezza del suo corpo massiccio mentre con il braccio sinistro muove al ritmo della canzone il bicchiere di birra, facendo tintinnare il ghiaccio a ogni colpo di brindisi. Ci sono altre donne con noi, tutte sono disposte in cerchio per celebrare questa piccola festa pomeridiana che ha in programma un karaoke, qualche nocciolina sparsa sul tavolo, delle fave in baccelli dal sapore acido e aspro e un residuo di bottiglie che riposano ormai vuote sul terreno. Se solo potessimo raccontarci a questa gente, penso, mentre le sento chiacchierare tra loro, interrotte solo dallo scoppio di qualche risata. Le guardiamo e alleniamo le nostre guance per sfoderare grandi sorrisi. In fondo, mi dico, è l’unica sintassi che possiamo permetterci: dei movimenti con la mano, un gesto fraterno sollevando un bicchiere che ci è stato appena offerto, qualche parola imparata negli ultimi giorni che ripetiamo come bambini alle prime armi in una tremenda corsa ad ostacoli tra svariati suoni gutturali. Non ci arrendiamo facilmente, l’adrenalina della festa ci coinvolge in un via vai di canzoni dal lontano sapore orientale e sembra così facile cominciare a inscenare una danza, con un valzer sgangherato, schivando sgabelli e bambini timidi che ci scrutano come se fossimo strani individui, venuti da chissà dove. Dalla strada gruppi di gente arrivano alla spicciolata, si affacciano, sghignazzano per le nostre performance canore, qualcuno ritorna a casa, altri ordinano una birra o da mangiare al baracchino vicino. Siamo inebriati dall’alcol che ci viene offerto senza sosta, ma sembra troppo difficile rifiutare. Il gioco consiste in questo: un cubetto di ghiaccio glissa veloce fino al fondo della tazza e non si fa in tempo a dire “no, grazie” che si è già con il bicchiere in mano per il brindisi di routine. Mi guarda con gli occhi lucidi, mi piacerebbe pensare che si tratti di gioia, magari l’occasione per festeggiare un successo, un colpo di fortuna, ma l’euforia monta ad ogni bottiglia stappata, sempre più veloce. L’alcol fa la sua parte e la musica è sempre presente. A turno, qualcuno prende in mano il microfono e comincia il canto. Si dedicano interamente alla prestazione, senza tradire per un momento la stanchezza che disegna sulla fronte contratta un paio di rughe traditrici. La melodia, a volte dolce, a volte drammatica, diventa spettacolo non appena le mani, le braccia, i corpi, cominciano ad ondeggiare, come rapiti da una sorte di estasi. Sul fondo, come un pannello dipinto per la scenografia di un teatro, un uomo si muove indifferente, scavando con la pala il terreno. Ogni tanto una delle donne si rivolge a lui, proponendo una bevuta fugace o per intonare una delle tante canzoni che ruotano e si ripetono sulla lista. Lui le guarda, senza avere la minima intenzione di stare al gioco. Sorride timidamente e poi si rimette a lavoro, come se il mondo, proprio a pochi metri dal suo corpo, non stesse cambiando, sconquassato dall’euforia dei festeggiamenti che sembrano voler durare fino all’alba. È il loro giorno di festa, ne sono sicura. Il momento del riposo dopo una settimana passata ad occuparsi della famiglia, del lavoro e dei grattacapi della vita quotidiana. Queste donne laotiane dalla tempra forte, abituate a sopportare i carichi, anche quelli più pesanti, che si muovono come api operaie, costruendo con pazienza – e forse un po’ di disillusione – una società matriarcale. Ho osservato molte di loro durante questi giorni e ne ho conosciuta solo qualcuna. Hanno tutte la stessa luce nello sguardo, bellissime e combattive. Ce ne andiamo che il sole sta già tramontando. Un ultimo abbraccio chiude il cerchio. Mentre le salutiamo da lontano, la musica resta nell’aria come un curioso promemoria. La festa finirà forse solo a notte inoltrata.

Fino ad allora, c’è ancora tempo per un altro giro di valzer.

Pyin oo Lwin, solo andata

sguardi treno

Hanno disposto tutti i loro sacchi sulle rotaie e si sono seduti in direzione nord, volgendo lo sguardo verso la linea piatta e rovente che aspetta di essere interrotta dall’arrivo del treno. Sulla banchina i venditori muovono pigramente dei grandi ventagli per sopravvivere alla calura del mattino e scacciare via le mosche che si aggirano fameliche intorno alla frutta. Ho comprato un biglietto di seconda classe che costa il prezzo di un piatto di riso, accompagnato da piccole scodelle piene di verdura e curry, così come vuole la tradizione birmana. Ci ho fatto l’abitudine ai prezzi sproporzionati proposti sui listini, così che mi sembra normale pagare il costo di un pranzo per un viaggio di sette ore e spendere dieci volte di più per una notte in un ostello infestato dalle pulci. All’arrivo del treno, la massa si è disposta armonica sulla linea corrispondente a ogni singolo ingresso e mi è sembrato strano cadere in un paradossale dejà vu. Per un momento, mi è ritornato alla mente il primo giorno in Giappone quando, spaesata, aspettavo diligente in fila la fine delle pulizie prima di entrare in un immacolato e modernissimo vagone. Un’emozione fugace, una petite madeleine che si è dissolta nel giro di pochi secondi nel brodo caldo di un’umanità in fermento, occupata a disporsi con i suoi cestini e pollame sui duri sedili di legno, pronta per cominciare il viaggio. Prima di partire, alcuni venditori si avvicinano ai finestrini, passando la mercanzia alle mani che agitano qualche kyat in cambio di un pezzo di frutta o un dolcetto ricoperto di cocco. Queste donne, avvolte nelle loro gonne colorate, si muovono elegantemente in equilibrio con i loro piatti affollati di merce di ogni tipo. Una danza che dura il tempo di pochi secondi, prima che un grido interrompa le trattive e il treno cominci a muoversi sulle rotaie. Mi sono accomodata sulla panchina di legno che reca scritto il numero assegnato sul biglietto, non sembra una coincidenza che di fronte a me sia seduta un’altra viaggiatrice, una ragazza ceca che viaggia in solitaria e che conta con dispiacere i pochi giorni che le sono rimasti a disposizione prima di lasciare definitivamente il paese. Ha l’acqua marina negli occhi, dei sottili capelli biondi che si interrompono con un taglio netto giusto prima di cadere sulle spalle e un sorriso rassicurante, accompagnato da una parlantina che mi terrà occupata per buona parte del viaggio. Siamo le uniche straniere ad aver scelto la seconda classe, gli altri restano seduti giusto a lato, sui loro sedili foderati con una materiale di seconda mano che dovrebbe giustificare il costo maggiorato del biglietto. Ci godiamo il panorama serene, mentre il vagone vibra ad ogni metro percorso, provocando un’esilarante danza, interrotta sola dalle brevi fermate lungo il percorso.Mi sono alzata per osservare il paesaggio dall’entrata laterale, sempre aperta al vento, alle case dei contadini e al cielo che cade denso e azzurrissimo sul dorso rovente, fatto di ruggine e metallo. Sono rimasta ipnotizzata a godere di quell’andare lento e rilassato, un passo tranquillo, di macchina che si fa uomo. Un marchingegno perfetto e sgangherato che lascia il tempo al viaggiatore di un saluto allo sguardo emozionato dei bambini che agitano le loro manine, fermi sul limitare delle porte di casa.

sguardo treno madameQuando arriviamo sull’altissimo ponte, il treno resta paralizzato, in sospeso. Sospira, sbuffa, indugia sull’enorme distesa verde per poi crollare, spettacolare, nel profondo burrone che si apre sotto di noi. L’adrenalina dell’attesa, d’improvviso, si schianta sullo sguardo intenso di una donna che dal finestrino a lato mi osserva. Le nostre paure si fondono nello stesso vuoto e sembra che non ci sia lingua, etnia, colore della pelle che possa dividerci in questo respiro trattenuto che ci lega strette, l’una all’altra. La paura ha lo stesso odore e scivola via nello stesso momento, lenta anche lei, come il treno che ci porta in salvo dall’altro lato della montagna. Quando ritiro la testa dal finestrino, mi rendo conto che nel vagone l’’oscurità si è fatta più scura, più viva. Un bambino resta accovacciato sul ventre della madre, mi guarda, sorride poi esplode contento in uno sbadiglio, il treno singhiozza poi riparte perché il viaggio continui, fino alla prossima fermata.

Saluti da Hsipaw

hsypaw babyM. ha strappato una foglia lungo il cammino e si è avvicinato a pochi centimetri dal mio naso spezzandola in due con delicatezza, poi ha soffiato nel piccolo interstizio e una serie di bolle si è liberata nell’aria, proprio come succedeva a me a tua madre quando eravamo piccole e imbrattarci le mani di sapone era una tra le occupazioni più eccitanti della giornata. Se fossi stato qui con me, avresti spalancato gli occhi e avresti sfoggiato uno di quei sorrisi deliziosi che solo tu sai disegnare sul tuo viso. Impaziente come sei, di sicuro mi avresti pregato con un gesto brusco della manina di ripetere l’esperimento e io ti avrei messo la foglia dritto davanti agli occhi e ti avrei chiesto di provarci da solo perché sarebbe stato molto più bello riuscirci senza l’aiuto di qualcun altro.Ci siamo persi in uno dei tanti villaggi che si nascondono dietro le spalle curve e nerborute delle montagne, qui a nord. Per strada ho incontrato molti bambini come te, si fermavano aggrappati alla staccionata delle case e ci sorridevano entusiasti, mentre alle loro spalle le mamme li guardavano attente e intimorite da quelle facce nuove che arrivavano, dispensando mingalaba – così si dice ciao da queste parti – ai loro figli.  Ho visto poi i ragazzini più grandi che al suono della campana entravano diligenti a scuola, sudati dalle corse tra immensi campi e tappeti di the lasciato essiccare al sole. Li ho sentiti da lontano intonare lunghe e continue cantilene, ripetute per imparare la lezione. Così, mi sono ricordata del tuo primo giorno di scuola, quando sei arrivato con la faccia stupita per tutte quelle cose nuove che ti toccava affrontare. Non hai fatto una piega: ti sei seduto tranquillo ad osservare i tuoi nuovi compagni che supplicavano di tornare a casa con le loro madri. Ti ho immaginato contento e ho sperato che anche tutti bambini che ho incontrato lo fossero. Ho sperato che, proprio come succede a te, anche per loro l’educazione dventasse un diritto inalienabile e sacrosanto. Ogni tanto da queste parti pare sia difficile diventare grandi e vorrei che tu leggessi quello che ti scrivo ogni volta che ti sembrerà insopportabile startene seduto a imparare qualcosa di nuovo.Venire fin qui mi è costato un viaggio furioso di curve poco clementi e finestrini congelati dall’aria pompata a tutta forza per non far surriscaldare il motore del bus. Sono arrivata all’alba che tutti ancora dormivano. Lungo il percorso di notte i paesi erano in festa perché la luna si era fatta gigante nel cielo e salutava il pubblico con la sua luce inconsueta. In uno di questi, ho visto una bambina che cantava in piedi su un camion mentre il resto della gente la seguiva felice con gli occhi, battendo le mani al ritmo della canzone intonata. Era vestita come una di quelle principesse che ti fanno scoppiare in gridolini di gioia e mi è sembrata molto bella, ti sarebbe stata simpatica.È da molte settimane che cammino, tu questo forse lo intuisci ogni volta che i grandi ti chiedono di salutarmi da un inutile schermo che a te serve solo per giocare. Mi guardi con la coda dell’occhio mentre scali il camino per afferrare il ninnolo lasciato in esposizione dalla nonna e poi alla fine con un sospiro di sconfitta ti avvicini e se sei particolarmente ispirato mi mandi un bacio volante con la mano, per poi scappare via come una scheggia.Io non ci resto male, questo volevo dirtelo, perché ci penso su e mi ricordo che siamo cresciuti insieme così, facendo della distanza normalità. Quando sei nato, c’erano duemila chilometri tra me e te. Mi ricordo che avevi solo venti minuti e io me ne restavo chiusa nel bagno dell’ufficio a sciogliermi in un pianto privato per pochi pixel mandati dal nonno. Avevi la testa schiacciata e la guancia affossata nel cuscino, ma sembravi comunque sereno e bellissimo. Ho dovuto aspettare venti lunghissimi giorni prima di tenerti stretto e sentirmi la persona più fragile del mondo.Ho le scarpe che hanno la forma delle fosse e che restano sospese a mezz’aria a prender vento su immensi panorami che un giorno mi piacerebbe tu potessi ammirare con la stessa emozione che sto provando in questo momento. Mentre sono stesa sul letto e le onde bussano alla porta della mia stanza per entrare, ti scrivo questa cartolina. Vorrei che tu la conservassi per leggerla quando sarai pronto. Prendi tutto il tempo che vuoi perché so già che ne avrai a sufficienza e che per un bel po’ sarai occupato a crescere, pensando di essere troppo impegnato per stare dietro alle mie parole. Io voglio regalarti questo istante del mio viaggio, è un dono molto piccolo che sto cercando di vivere con umiltà, una di quelle cose che noi grandi usiamo, se siamo abbastanza fortunati per capirlo, quando ci avviciniamo a certi fatti della vita per la prima volta.Mi sono chiesta molte volte cosa possa insegnarti, mentre cresci troppo in fretta e prendi le tue piccole decisioni ogni giorno. Così ho deciso che al mio ritorno ti regalerò queste scarpe di gomma malandate. Hanno tante piccole cicatrici piene di polvere, fango e la suola corrosa dall’acqua, i salti, le arrampicate. Sono di tela blu, un quarantuno, e le ho pagate quattro soldi. Ci potrai mettere i piedi dentro quando sarai sufficientemente grande per starci comodo e, malgrado le vesciche, andare, senza paura.

Nel frattempo, ti mando un bacio da questo posto lontano che si chiama Hsipaw.

Con amore,

 

 

 

Tazaungdaing

candeleApre un sipario di denti imbrattati di betel e sbatte le lunghe ciglia che luccicano al riflesso dei fari del palco. Lui è di sicuro pronto per lo scatto. Non ho idea di come si chiami ma è felice e dispensa un’ammirazione imbarazzante, pronto per scattare una foto. È arrivato sventolando il suo smartphone come una bandiera, in segno di conquista, e si è messo in posa per portare a casa il suo piccolo ricordo con la straniera. Siamo nel bel mezzo di una marea umana che si muova estatica, disinibita dai fumi dell’alcol. La festa si gonfia di luci e odori estranei proprio dietro le nostre spalle. L’amalgama di gente venuta dai villaggi vicini si riversa sullo spiazzale dove il prossimo gruppo sta preparando la grande lanterna che si libererà nel cielo. Li guardo dimenarsi con i loro longyi spiegazzati dal trambusto delle gambe danzanti e mi solletica un’emozione diversa, la stessa che ho provato la prima volta che ho letto la storia di questo Paese. Mi dico  – e lo penso – che quest’anno ad accogliere la luna piena c’è una felicità incomparabile che non si provava da tempo. Ai sorrisi offerti senza timore si aggiungono le strette di mano, le sigarette in omaggio, un bicchiere di birra levato al cielo per l’ennesimo brindisi. Ci guardano, stupefatti ed entusiasti, perché siamo lo specchio dietro al quale si sono nascosti per tanti, troppi anni. Siamo il passo che si fa lungo e veloce sulla frontiera finalmente spalancata, la gioia di un cambio spaventoso e straordinario, qualcosa di nuovo che non è stato ancora toccato e che pure pare troppo prezioso per essere sprecato questa volta. A Taunggyi la ruota panoramica si muove con la forza delle braccia dell’uomo per un giro che riporterà tutti a terra nel tempo fugace di alcune grida. Dei bracieri girano per servire la carne preparata per l’occasione, birra e whisky sono venduti ai baracchini lungo le strade mentre gruppi riuniti intorno all’enorme lanterna di carta sperano di liberare le loro voci in un canto di vittoria per il volo spettacolare nel cielo. Mi avvicino timorosa alla grande coda decorata con piccole candele, tutt’intorno uomini, donne e bambini reggono come una reliquia quell’intricato intreccio di corde e stoppini. La cerimonia dell’accensione dura il tempo di un battito di ciglia: d’improvviso una processione suntuosa di luci si srotola davanti ai nostri occhi. È un’equazione pericolosa e spettacolare quel passo cauto che accompagna l’equilibrio del rituale. Il fuoco si libera violento all’interno di un sottile foglio che si apre in una spettacolare visione davanti al pubblico. Ed ecco che la forma cambia e prende vita sotto la potenza dell’aria calda, mettendo in piedi, come un soldatino diligente, la lanterna. Le fiammelle tremano al tocco del vento e dei canti, restano sospese sulle mani che religiosamente si prodigano per non farle cadere. Le urla si affastellano in un gioco ritmato di incitazioni. C’è un intervallo di pochi secondi prima che la meraviglia esploda in un applauso e si chiuda con le danze che celebrano il gioco riuscito. Dall’alto, la carta tesa al vento mostra tutti i suoi colori, un cielo nero così non si era mai visto prima. La luna fa capolino tra i fuochi artificiali che sfavillano nell’aria e sulle teste in contemplazione così che il giubilo si confonde con il terrore e l’adrenalina.

Vale la pena rischiare. Rischiare di essere colpiti dai resti del fuoco, dallo scoppio improvviso di un petardo che come goccia si precipita sugli sguardi attenti, rischiare di restare uccisi, per troppa bellezza e voglia di libertà.

Il Festival delle luci, noto anche con il nome di Tazaungdaing, celebra il giorno di luna piena di Tazaungmon (l’ottavo mese del calendario birmano) ed è considerato festa nazionale in Birmania, segnando anche la fine della stagione delle piogge. Per l’occasione, diverse enormi lanterne vengono liberate nell’aria, in uno spettacolare gioco di luci e colori. Il festival nel corso degli anni ha contato diversi incidenti, includendo morti e feriti, a causa della caduta improvvisa di alcune lanterne e del loro conseguente incendio o per lo scoppio di alcuni petardi che, liberandosi nell’aria nel momento dell’ascensione, possono colpire come schegge impazzite gli spettatori presenti all’evento.

Geografie umane

motore hpaan

Il corpo di S. è un fascio di nervi e muscoli che si riflettono al sole delle prime ore del pomeriggio. Lo vedo fermarsi perplesso davanti al motore in panne e poi, senza pensarci troppo su, riannodare il suo longyi con un gesto rapido e naturale della mano, passando il resto della stoffa tra le gambe. Dopo vari tentativi falliti, ha deciso di accostare la barca lungo la riva per controllare cosa c’è che non va con l’elica che stenta a girare, trasformando il viaggio in una lenta tosse faticosa. Quando siamo partiti in direzione Mawlamyine mi ha chiesto come mi chiamavo, mentre teneva la mano sul timone e guardava all’orizzonte, elargendo senza avarizia grandi sorrisi. Mi sono detta invece che io non avrei mai potuto indovinare la sua età. Vedendolo così, avrei potuto scommettere che avesse trent’anni oppure cinquanta perché ogni cosa nel suo corpo suggeriva esperienza, la saggezza del passo del tempo. Quando siamo ripartiti mi ha confessato di averne quarantatré, mi parlava con aria soddisfatta senza perdere d’occhio il gruppo sparuto di case che cominciava a profilarsi all’orizzonte. Io sono rimasta a osservare i panorami spettacolari sfuggirmi di mano a ogni metro percorso: piccole case di bambù, pescatori in elegante equilibrio su lance di legno e rete alla mano, bambini in braccio alle madri che al nostro passaggio detonavano in saluti da lontano, con le loro manine vibranti ed entusiaste. Suppongo che ogni giorno, alla stessa ora, lo spettacolo di piccole imbarcazioni di strani individui bianchi muniti di macchinetta fotografica e occhiali da sole sfili davanti ai loro occhi e che ogni giorno, alla stessa ora, la loro routine si arresti per quella pausa di benvenuto e commiato, troppo breve per essere assimilata in qualcosa di diverso.  Mi domando cosa penseranno di noi, di questa piccola grande novità che lentamente si sta massificando con l’apertura delle frontiere. L’altro giorno, mentre gironzolavo per le stradine di Hpa-an, mi sono fermata per mangiare un boccone in uno dei tanti tavolini dove campeggiano padelle fumanti, riso bianco in quantità industriali e piccoli pezzi di carne, accompagnati da verdure e spezie piccantissime, il tutto servito in minuscole porzioni. Alcune categorie di cibo, come appunto la carne, in Birmania sono vendute in quantità limitate e sinceramente non faccio fatica a capirne il motivo. Giusto la sera prima infatti avevo avuto occasione di leggere nelle Lettere dalla mia Birmania di Aung San Suu Kyi questo passo:

“L’inflazione è il peggior nemico delle casalinghe birmane, costrette, per coprire le quotidiane necessità delle loro famiglie, a stiracchiare salari sempre più esigui. La visita al mercato è diventata una difficile corsa a ostacoli in cui la massaia deve destreggiarsi circospetta tra picchi di prezzi impossibili e trabocchetti di merci di quart’ordine. (…) Con il costo della carne salito alle stelle, il riso saltato della prima colazione è ormai condito per lo più con verdure, ma neppure queste a volontà. Il prezzo della verdura è salito ancora di più, in proporzione, di quello della carne”.

Mentre mandavo giù il mio primo boccone, osservavo l’espressione incuriosita delle donne sedute al tavolo con me e me le immaginavo intente a fare i conti con una lista della spesa sempre più corta e complicata. Ho cercato di scambiare con loro qualche parola ma sono ancora ferma al “grazie mille”, “prego”, “buongiorno” e al massimo a un’espressione grata del viso che supplica un contatto umano che vada oltre le apparenze. Viaggiare ed essere catapultati in un mondo completamente diverso rispetto a quello di provenienza è un atto d’amore che richiede pazienza e comprensione. Non sarà improbabile scontrarsi con sguardi silenziosi e impauriti, circospetti e poco amichevoli, ma sarà altrettanto facile imbattersi in visi aperti, denti scoperti e mani e braccia offerte per aiutare o stringersi in un abbraccio fraterno.

cucitrici

Di fronte alla bancarella dove ero seduta, un gruppo di ragazzine era intento a cucire, accompagnato da una musica pop. Muovevano tutte la testa al ritmo della canzone e sembravano estremamente concentrate sul loro lavoro. Mi sono avvicinata per salutarle e mi hanno accolto con le loro risate argentine e una timidezza deliziosa. Ho chiesto se potevo scattare una foto e alcune si sono ritratte, perplesse, mentre altre mi hanno incoraggiato con un sguardo sicuro. Dopo averle ringraziate a mani giunte, una di loro mi ha chiamato, chiedendomi di fare un altro scatto. Era così felice che ora che sono di nuovo in viaggio mi fermo a riguardare quell’espressione che spunta accanto al mio viso abbronzato e intimidito da tanto entusiasmo.Stiamo per arrivare a Mawlamyine, sono sparite le ultime case di pescatori lungo le sponde del fiume, da lontano appare la cittadina, con i suoi piccoli moli che si affacciano di fronte alle barche in arrivo. Da lontano, si vede la sagoma in controluce di qualcuno in attesa e penso di nuovo e più forte alla geografia di luoghi e persone che stanno lentamente cambiando questo andare.

Verso Hpa-An

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Mi sono fermata per un attimo sul ponte, mentre una miriade di camioncini, auto private e tuc tuc sfreccia da un lato all’altro della frontiera. I birmani che incontro lungo il cammino si distinguono dai tailandesi per quella maniera così naturale di portare il longyi, la tipica gonna di cotone leggero, utile per resistere alle lunghe giornate afose. Una donna seduta per terra si è ritagliata con discrezione uno spazio sotto il sole e guarda i passanti senza pretese. Stringe al petto un bambino di pochi mesi, aspettando speranzosa qualche contributo.Mi sono girata per trattenere nella testa l’ultima istantanea di due paesi che si uniscono e dividono, uno a pochi metri dall’altro.Alle otto in punto, ho poi assistito al picchetto cerimoniale che inaugura la giornata dei militari. Una fila composta si è allineata per restare immobile davanti all’ufficiale, mentre la musica dell’inno nazionale tailandese suonava nell’aria, con un certo carico di solennità. Tra loro alcune donne, strette nei loro tubini eleganti e formali, tendevano il palmo della mano per il saluto convenzionale, quasi a ripararsi dal sole che in questa zona si fa cocente sin dalle prime ore del mattino. Avevo visto la scena già un’altra volta, mentre aspettavo il bus che mi avrebbe portato a Lamphun. All’improvviso, dei grandi megafoni avevano dissolto nell’aria i toni sacri e magniloquenti di quella sinfonia e molti tra i viaggiatori si erano alzati, indossando uno sguardo silenzioso e pieno di rispetto per poi ritornare con tranquillità a sedersi al proprio posto una volta terminato il rituale, con le valigie accanto e i biglietti in mano.
Sento di essermi lasciata alle spalle un posto che forse non ho avuto il tempo necessario di capire e che mi ha accolta con una dose esagerata di comode facilitazioni, chiasso e rude disponibilità, sintomo, probabilmente, di un rodaggio ventennale con gli occidentali arroganti e naif, alla ricerca di una “spiritualità” su cui avrei molto da ridire. Però mi consolo pensando che gli ultimi giorni a Mae Sot mi sono serviti per allontanarmi dall’immagine stereotipata delle grandi città, mettendomi a contatto con un’umanità più autentica e disincantata. Dopo aver ricevuto il visto buono con il limite tassativo di ventotto giorni per visitare il Paese, la Tailandia è già qualche passo più distante.
Una ruota panoramica campeggia nel bel mezzo di un terreno incolto, altre giostrine, antiche e malmesse, brillano sotto il sole, con i loro colori sgargianti. Un fiume scorre a lato, conservando una bellezza commovente. Dall’altro lato del ponte, le prime pagode birmane spuntano all’orizzonte, disegnando di oro un cielo azzurrissimo.
Ho notato che Myawwady mantiene le stesse caratteristiche della città al di là degli enormi cancelli di metallo: rumori, traffico e un mix di culture che si muovono instancabili da un lato all’altro della strada, alla ricerca di qualche affare da concludere e soprattutto di turisti che da queste parti hanno cominciato a farsi sempre più numerosi. È infatti da poco tempo che questa frontiera è diventata accessibile, diventando un comodo passaggio via terra dalla Tailandia per i visitatori desiderosi di conoscere la Birmania. E di questa frontiera è tristemente conosciuta anche la sua storia, teatro di una guerra lunga e da pochi ricordata, che vede come protagonisti una delle tante etnie residenti in Birmania, i Karen. Presenti in circa sette milioni sul territorio, questa minoranza ha portato avanti una lotta, oggi più silenziosa ma che perdura, per il diritto all’autodeterminazione come popolo. Il sogno dell’indipendenza, promesso con il Trattato di Planglong nel 1949 da Aung San – padre della celebre Aung San Suu Kyi – si è infatti spezzato con l’avvento della dittatura militare. Da allora, una lotta sanguinaria è scoppiata tra il popolo dei karen e quello dei birmani: si infiltra tra le palme lussureggianti e le ampie colline che si aprono sullo scenario stupefacente di questo lato del paese; è tangibile nei piccoli posti di blocco che mi lascio alle spalle dove uomini in tuta mimetica stringono al braccio mitragliette e con un leggero gesto della mano permettono il passo verso sud.
Dopo circa un’ora dall’inizio del viaggio riesco finalmente a distinguere quel tipico colore rosso della noce di betel che tinge le labbra e i denti del mio autista, anche lui karen. Finalmente sorride e mi lancia di rimbalzo una sorta di sguardo complice. Dopo aver bisticciato con un probabile concorrente, è riuscito a caricare sulla sua macchina dei clienti, due ragazzini che come noi si dirigono a Hpa-an, probabilmente per tornare a casa dalle loro famiglie. Ha dimostrato tutta la sua soddisfazione offrendo foglie di betel ai nuovi arrivati. Io me ne resto quieta, un poco intimidita da quel tanto parlare di cui non riesco a cogliere nemmeno il più semplice suono, ma i ragazzini, anche essi molto riservati, finalmente rompono il riserbo, cercando di capire da dove vengo con strambi gesti fatti con le mani. Dal finestrino scorre un paesaggio cangiante e stupefacente, ogni tanto qualche stupa dorato spunta fuori da una vegetazione fitta, mentre ci inoltriamo senza troppa cautela su strade dissestate con un curioso sistema di senso unico alternato.
Ora che ci siamo allontanati dal frastuono della città, mi rendo conto che lo scenario è totalmente cambiato. È un’emozione sottile e piacevole – una tra le mie preferite – molto simile all’adrenalina che si sente quando si sfila via dal nastro trasportatore la propria valigia e si è pronti a tuffarsi nel marasma di una civiltà sconosciuta.

È qualcosa di terribile e insieme meraviglioso.

Saluti da Mae Sot

mae sot

Ho fumato l’ultima sigaretta prima di andare a dormire e sono rimasta sul portico a pensare che non siamo riusciti a parlarci, la linea è saltata all’improvviso. Se avessi potuto, ti avrei raccontato che questo pomeriggio, mentre girovagavo per le vie di Mae Sot, ho visto un gruppo di ragazzini che bighellonava. Uno di loro indossava una maglietta rossa con la scritta “Paris” e mi sono domandata se sapesse cosa fosse successo lo scorso venerdì, ma suppongo che fosse semplicemente una casualità. Credo che fossero birmani e che vivessero in quella parte della città a ridosso della grande strada principale, dove campeggia una sala kitsch per cerimonie e il grande centro commerciale Tesco, dove puoi comprare tutto quello che vuoi se sei disposto a pagarlo tre volte rispetto al prezzo di mercato. Ci sono passata ieri sera, il primo giorno che sono arrivata: intere famiglie spuntavano fuori, illuminate da lampadine di fortuna fissate sulle loro case baracche. Alcuni bambini seduti per terra giocavano con utensili, qualcuno sistemava l’antenna della televisione, altri conversavano mestamente, impegnati a consumare un pasto frugale, protetti dai ferri arrugginiti dei loro cancelli. Ho visto molta povertà e mi sono ricordata della prima volta che ho messo piede in una favela in Brasile, quando ho scoperto quel sentimento di pace che si respira dappertutto quando si è a Casa, poco importa se il tetto è fatto di cemento o lamiera. Mi sono chiesta come vive un birmano in Tailandia e forse è per questo che mi sono presa una pausa dal viaggio in questo territorio di frontiera. Immagino che non ti suonerà per niente strano, ma mi sento più a mio agio in questo posto, lontana dai festini preparati ad hoc per i turisti, dai tuc tuc con la tariffa per vacanzieri, dai ristoranti con i menù in inglese. Sono arrivata due giorni fa con l’intenzione di fermarmi una notte e invece sono rimasta impantanata nell’umanità meticcia di questa città, a osservarla da lontano e in solitudine. Qui si respira un’aria da porto di mare dove si incrociano razze, culture e religioni diverse, i clacson suonano maliziosamente al passaggio e i finestrini delle auto restano impermeabili alla vista. Qualcuno mi aveva detto di rinunciarci, perché da questo lato della cartina avrei trovato pochi lustrini e troppi problemi. Ma poi ho pensato a quello che mi ha detto un viaggiatore stagionato qualche giorno fa, che la paura non porta mai a niente di buono, e mi sono convinta senza troppi sforzi. Il mio ostello si trova a soli cinque kilometri dal Ponte dell’Amicizia, ogni tanto incontro qualche occidentale in bicicletta che mi sorride, quasi a cercare conforto. Al mercato le donne, esauste, poggiano la testa sulla bancarella infestata dalle mosche, confondendosi tra intestini esposti al sole e rospi ansimanti, stretti in reti di nylon verde. Tutte si ricoprono il viso con un impasto speciale color beige, il thanakha, per proteggersi dal sole. Tiro a indovinare se si tratta di Karen o Shan, minoranze etniche fuggite a metà degli anni Ottanta dal caos del regime militare, varcando illegalmente la frontiera con la Tailandia. Il caldo è estenuante e mi ricorda i racconti sulla Birmania umida e soffocante che mi aspetta oltre il confine. Mi fermo per bere qualcosa che possa idratarmi, quasi nessuno capisce l’inglese ma mi sono abituata all’insieme di suoni che mi arrivano all’orecchio, estranei e frustranti, mi ricordano la fatica del viaggio e il suo valore. Quando ti arriverà questa cartolina, probabilmente sarò seduta in uno dei tanti camion che dal centro della città mi porteranno direttamente alla frontiera. Ti lascio con l’immagine  di un posto contraddittorio e affascinante, sono sicura che come me, anche tu ti saresti sentito comodo e curioso nell’attraversarlo.

Un abbraccio da Mae Sot